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VISTO DAL REGISTA
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La guerra è dichiarata
Una splendida, imperdibile storia d’amore
“La guerra è dichiarata” di Valérie Donzelli; con Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Gabriel Elkaïm, Brigitte Sy, Elina Lowensohn, Michèle Moretti, Philippe Laudenbach, Bastien Bouillon. L’estate si avvicina a grandi passi, la programmazione latita e le uscite di film non diciamo “interessanti”, ma almeno “decenti” si fanno sempre più rare. Per consolidata, e pessima abitudine infatti, le sale cinematografiche italiane in estate si svuotano, enti, comuni e circoscrizioni organizzano rassegne all’aperto (ma immaginiamo che con i recenti e ripetuti tagli ai bilanci e ai capitoli “cultura” quest’anno su questo fronte sarà davvero dura) e, quando va bene, tutto viene rimandato all’autunno quando, forse, verranno distribuite le pellicole presentate a Cannes. Simbolicamente rappresentativo di questa situazione è il bel film di Valérie Donzelli presentato a Cannes 2011 nella sezione “Semaine de la Critique ” e fuori concorso al Torino Film Festival 2011 ed in uscita ora, dodici mesi dopo in una manciata di copie, distribuito in Italia dalla Sacher di Moretti (guardacaso, l’unico che nei mesi scorsi ha avuto il coraggio, dopo decine di rifiuti, di distribuire “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, che poi avrebbe vinto l’Orso d’Oro a Berlino 2012). Soggetto drammatico e intensissimo, scritto, diretto e interpretato dalla stessa Donzelli (e con forti implicazioni autobiografiche), “La guerra è dichiarata” è la storia di una giovane coppia - Valérie Donzelli/Juliette e Jérémie Elkaïm/Romeo - e del loro percorso affettivo: conoscenza, innamoramento, amore. Le feste, le colazioni al bistrot, le risate sulle giostre, e poi la famiglia e la nascita di un figlio, Adam. Sin qui nulla di particolare, una gradevole ma normale storia d’amore, fin tanto che i genitori non scoprono che il piccolo Adam è affetto da una grave forma di tumore al cervello. La notizia è devastante, Juliette e Romeo vengono catapultati in una situazione incredibilmente difficile e dolorosa, ma ciò che stupisce, e rappresenta il cambio di passo della storia, è la loro reazione. Già perché di fronte al dramma Juliette e Romeo rispondono tenendo fuori tutto il lato negativo della malattia, cercando di vincere con l’amore e con quello che il filosofo Giordano Bruno definiva “l’eroico furore”, l’atro terrore della malattia. Splendidamente fotografato da Sébastien Buchmann, “La guerra è dichiarata” è un superbo (e intenzionale) tributo al cinema di Truffaut e della Nouvelle Vogue e coniuga come da tempo non accadeva profondità di sguardo e levità di narrazione, immagini “sporche” e dialoghi taglienti. Diario intimo e inquieto di una coppia, del loro amore, dell’amore per il figlio e per la vita, il film della Donzelli sta tutto in due splendide battute, una di Juliette e l’altra di Romeo. La prima sul perché della malattia: - “Perché è capitato a noi? Perché noi ce la possiamo fare”; la seconda sul senso profondo della loro relazione: - “tu mi fai bene Juliette, non avrei potuto vivere tutto questo con un’altra”. Pellicole così riconciliano con il cinema, e con la vita. Da non perdere.
Carlo Turco 2 luglio 2012
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“Margin Call”
La crisi vista dall’”interno” del mondo dell’alta finanza. Inquietante.
"Margin Call” di J.C. Chandor; con Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci, Aasif Mandvi, Ashley Williams, Susan Blackwell, Maria Dizzia, Jim Kirk.
Mentre sui giornali di tutto il mondo la crisi greca continua a tenere banco e, con meno evidenza ma forse maggior pericolosità, emergono a getto continuo notizie relative a buchi nei conti di grandi banche internazionali - nei giorni scorsi la statunitense J.P. Morgan ha dichiarato di aver perso tre miliardi di dollari in operazioni finanziarie rischiose ed esplicitamente vietate dalla legge voluta da Obama, la cosiddetta “Volcker Rule” - approda sugli schermi “Margin call” di J.C. Chandor. Thriller “economico” potente ed adrenalinico, il bel film dell’esordiente Chandor intreccia con sapienza realtà e finzione prendendo (ahinoi) più dalla prima di quanto non si avvalga della seconda per costruire una storia tanto avvincente quanto inquietante. Un grande colosso bancario statunitense è costretto dalla crisi ad un severo piano di ristrutturazione interna e licenzia in tronco centinaia di dipendenti tra cui il capostruttura Eric Dale (Stanley Tucci) che, raccolti i suoi effetti, prima di lasciare l’edificio consegna al giovane analista Peter (Zachary Quinto) una chiavetta usb contenente informazioni riservate e un ammonimento: “dagli un’occhiata e...sta attento”. Peter controlla il documento scoprendo che contiene notizie esplosive in grado di cambiare il destino della banca d’affari e di influenzare pesantemente le sorti del Paese. In un crescendo di tensione tutti i vertici dell’istituto finanziario vengono convocati in riunione, si tratta di decidere cosa fare, quale ordine dare alle proprie azioni, se anteporre gli interessi privati a quelli collettivi... Affari, politica, finanza, etica e profitto, un grande cast e grandi prove d’attore - dal mefistofelico Jeremy Irons a Kevin Spacey ad una ritrovata Demi Moore - dunque, per un film che ci riporta ad certo cinema “inchiesta” e di denuncia sociale di cui, soprattutto al di là dell’oceano, si erano perse le tracce. Da vedere. Carlo Turco 4 giugno 2012
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IL PRIMO UOMO
di Gianni Amelio; con Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès, Ulla Baugué, Nicolas Giraud, Nino Jouglet, Abdelkarim Benhabouccha, Hachemi Abdelmalek, Djamel Said, Jean-Paul Bonnaire, Jean-François Stévenin.
Distrubuito in una manciata di copie - settanta in tutt’Italia, e soltanto quattro in Piemonte - e schiacciato dalla concorrenza di potenti blockbuster d’oltreoceano - “The Avengers”, per esempio, è approdato in sala con 580 copie in contemporanea - “Il primo uomo” è tuttavia un film da non perdere, un flm delicato e intensissimo che ci riporta al miglior Gianni Amelio di vent’anni fa. Fedele adattamento dell’omonimo romanzo autobiografico del premio Nobel Albert Camus (il romanzo era stato iniziato da Camus nel 1959, ma il romanziere e filosofo morì in un incidente d’auto pochi mesi dopo, il 4 gennaio 1960, senza portare a termine l’opera che venne pubblicata per la prima volta nel 1994), il film - premiato recentemente al Festival di Toronto con il Premio della Critica Internazionale - narra il ritorno dell’ormai famoso scrittore Jean Cormery (un superlativo Jacques Gamblin) nella natia Algeria alla ricerca del suo passato e con la speranza di una pacifica convivenza tra francesi e algerini, ma anche alla ricerca di “ciò che resta” del padre, morto durante la Grande Guerra e, di fatto, mai conosciuto dal piccolo Jean. Il viaggio a ritroso dello scrittore lo riporterà tra le braccia della madre - interpretata da giovane da Maya Sansa e anziana da Catherine Sola - e poi dall’amato professor Bernard (Denis Podalydès), mentore e protettore del giovane Jean, e via via da altri personaggi ancora della sua adolescenza, offrendo al regista la possibilità di alternare i piani temporali, riportando il racconto agli anni ‘20 e all’infanzia del piccolo Jean. Ed è lì, che Amelio dà il meglio di sé, facendo proprio lo sguardo e il punto di vista del bambino, accompagnandoci lungo gli anni della formazione del piccolo Jean (Nino Jouglet), tra l’affetto materno, le ruvidezze della nonna e la mancanza del padre, in un’Algeria povera e dura dove le contraddizioni del colonialismo lasciano il segno e Jean forgia la propria personalità e il proprio carattere. Le numerose assonanze tra la biografia di Camus e quella di Amelio - entrambi nati sulle rive assolate del Mediterraneo, la Calabria per Amelio, l’Algeria per Camus; entrambi orfani in tenerissima età- consentono al regista un’adesione ancora più profonda e sentita al racconto che, complice la splendida fotografia di Yves Cape, tocca con eleganza e profondità temi assoluti - la pace, l’amore, l’impegno civile - con la delicatezza e il rigore che soltanto i grandi autori posseggono.
Carlo Turco 21 maggio 2012
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“Romanzo di una strage”
di Marco Tullio Giordana; con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Michela Cescon, Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giorgio Colangeli, Omero Antonutti, Thomas Trabacchi, Giorgio Tirabassi.
Non sono moltissime le pellicole di Marco Tullio Giordana, poco più di una manciata - 11 in oltre trent’anni di attività - ma più che sufficienti per fare del regista milanese una delle voci più autorevoli e interessanti dell’odierno panorama culturale italiano. Sin dal suo esordio nel 1980 con “Maledetti vi amerò” ( vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno) Giordana si presentò infatti come un autore in grado di dire e di dare una propria visione del mondo, visione che crebbe e maturò nel corso degli anni e che ebbe tra i temi privilegiati l’indagine attenta e mai consolatoria del nostro recente passato. Il post ‘68 con il citato “Maledetti vi amerò”, il terrorismo con “La caduta degli angeli ribelli”, l’inquietante indagine di “Pasolini, un delitto italiano” e poi il successo con “I cento passi” e il mondo della mafia, sino all’affresco potente e stupendo di “La meglio gioventù”. Mai pago di sfide e problemi, dopo l’interlocutorio “Sangue pazzo” Giordana si è rituffato a capofitto in uno dei più inquietanti e abissali misteri italiani, quella strage di piazza Fontana che tanta parte ebbe nel determinare le strade e i percorsi futuri della fragile democrazia italiana e di cui ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza si evocano mandanti e responsabili senza poterne indicare con precisione giudiziaria i responsabili materiali. Progetto da far tremare i polsi al solo pensiero, quello di portare sullo schermo quel tragico evento era un antico rovello di Giordana, sia come uomo che come cittadino. Lì, in quell’attentato e in ciò che ne seguì - l’omicidio del commissario Calabresi, il decollo della “strategia della tensione” e la lunga teoria di bombe e attentati firmati dall’estrema destra da settori della Cia e dei servizi segreti deviati, sino alla nascita di lì a qualche anno del terrorismo rosso - Giordana ha visto il punto di svolta, in negativo, della storia del nostro Paese. Ed è con molto equilibrio e nessun ideologismo che Giordana si accinge al racconto, dividendo la vicenda per capitoli e narrando nel dettaglio - tutto il dettaglio concesso ad un film di circa due ore - quella strage che uccise 17 innocenti e l’immagine stessa che un Paese aveva di se stessa. In quella strage e nelle indagini ( o non indagini) che seguirono l’Italia smarrì la capacità di credere in sè, nella capacità di emendarsi e di eliminare le mele marce dal cesto. Stupende, davvero stupende le speculari e bellissime figure dell’anarchico e pacifista Pinelli e del commissario Calabresi, incarnazione entrambi di un’idea rigorosa e onesta di uomo e di cittadino, disposti su opposte sponde, ma sempre come avversari, mai come nemici. E tutto il cast - da Mastandrea a Favino, dalle mogli Michela Cescon (moglie di Pinelli) a Laura Chiatti (moglie di Calabresi), da Fabrizio Gifuni a Omero Antonutti - è assolutamente funzionale ad un film che senza enfasi (non era necessaria) tocca ferite ancora aperte e nervi ancora tesi. Chi era quel misterioso uomo dei servizi segreti romani? Chi sottrasse l’esplosivo al deposito militare per consegnarlo agli attentatori neofascisti? Perché l’indagine venne sottratta al giudice Paolillo? Perché, mentendo, il commissario Calabresi fu definito “uomo della Cia” proprio da un documento interno, e segreto, del Ministero degli Interni? I tribunali hanno assolto i responsabili della strage, ma la Storia no, e Giordana bene lo evidenzia, la Storia no. Lei ha emesso con chiarezza il proprio verdetto su quella vicenda. Carlo Turco 19 aprile 2012
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"Quasi amici”
di Olivier Nakache, Eric Toledano; con François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Audrey Fleurot, Alba Gaïa Bellugi, Christian Ameri, Grégoire Oestermann, Cyril Mendy.
Ispirato ad una storia vera, il campione d’incassi transalpino “Quasi amici” è una simpatica e singolare commedia che racconta l’incontro tra due persone e due mondi che più diversi non si potrebbe, ma che tuttavia scopriranno, non senza qualche difficoltà, di avere molto più in comune di quanto non avessero creduto in un primo momento. Ricco aristocratico rimasto paralizzato dal mento in giù dopo un volo in parapendio, Philippe (François Cluzet) è alla ricerca di un “assistente”. Driss (Omar Sy), è un ragazzo di Banlieu che risponde all’inserzione soltanto perché se non lo facesse perderebbe il sussidio di disoccupazione. Naturalmente, Driss verrà assunto e tra i due nascerà un rapporto di intensa e profonda collaborazione, di “quasi amicizia”. Già, poiché tra Philippe e Driss scatta una sorta di reciproca attrazione o, come direbbe Goethe, di affinità elettiva pur, o probabilmente a causa, della loro siderale differenza. Philippe infatti grazie ai suoi denari ha legioni di camerieri e maggiordomi, infermieri e fisioterapisti in grado di prendersi cura di lui nella sua lussuosa dimora parigina, ma ciò di cui l’aristocratico Philippe abbisogna forse non è quello, o meglio, non è soltanto quello. E così quando Driss risponde all’inserzione, Philippe vede in quell’uomo di origine magrebina con piccoli precedenti alle spalle, dai modi bruschi e spicci, qualcosa di più di un semplice “assistente”. E sarà proprio questo il segreto del loro rapporto, i due insieme ne combineranno di tutti i colori strappando lacrime e risate ad un pubblico che probabilmente mai avrebbe pensato di divertirsi così - ecco la singolarità di cui parlavamo poc’anzi - assistendo ad un film che parla di handicap e di immigrazione, di bianchi e neri, di ricchi e poveri, di diritti e di privilegi. Certo, il film ha più il registro della favola che del phamplet impegnato, certo come sostiene anche il quotidiano “Liberation” manca il conflitto tra le classi sociali e il linguaggio è troppo televisivo, ma i due interpreti grandeggiano nei rispettivi ruoli e nonostante qualche battuta a vuoto il risultato è davvero interessante. Da vedere.
Carlo Turco
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“Cesare deve morire”
di Paolo Taviani, Vittorio Taviani; con i detenuti/attori del carcere di Rebibbia
Un piccolo, bellissimo film sul e nel carcere. Sulla libertà e la paura, la forza e il coraggio, la democrazia e la vita. Su di noi e per noi. Da non perdere. Sarà che il cinema dei fratelli Taviani - da “Padre, padrone” a “La notte di San Lorenzo”, da “Kaos” a “Il sole anche di notte” - ha sempre toccato le corde del mio cuore. Sarà che il documentario (il settimo) cui sto lavorando da un paio d’anni (se non di più) ha come tema il mondo del carcere. Sarà che con i fratelli Taviani dopo ventun anni un film italiano ha vinto nuovamente l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, ma “Cesare deve morire” era (è) una pellicola assolutamente da non perdere. Distribuito dalla Sacher Film di Nanni Moretti che con coraggio ha investito su di un film ignorato dai più (prima di Moretti infatti, tutti i distributori avevano rifiutato il film), “Cesare deve morire” non è una pellicola sul teatro in carcere, o meglio, non è soltanto un film SUL teatro in carcere ma è molto, molto di più. Work in progress sul progetto educativo realizzato dal regista teatrale Fabio Cavalli all’interno del carcere romano di Rebibbia, con “Cesare deve morire” i fratelli Taviani compiono un’operazione che coniuga con intelligenza e rigore cinema di finzione e cinema di documentazione, trasformando un’intera casa di reclusione in un set cinematografico. Il progetto della direzione del carcere prevedeva infatti la messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare e una volta completata la selezione per i detenuti/attori ed assegnati i ruoli ad ognuno venne chiesto di imparare la parte nel proprio dialetto di origine, una stupenda babele italico/shakespeariana. Ed è qui che scatta l’intuizione “aristotelica” dei fratelli Taviani, che facendo propria la lezione del filosofo greco - “la poesia è più filosofica della storia, poiché questa ci dice le cose come sono, quella come potrebbero essere” - travolgono il sottile confine tra realtà e finzione intrecciando palcoscenico e corridoi, celle e camerini, il carcere diviene il set e ogni interprete finisce per trovare nel personaggio scespiriano che interpreta se stesso e la realtà da cui egli proviene. I Bruto, i Cassio, i Cesare della finzione si trovano ad essere stati Bruto, Cassio, Cesare nella realtà, i personaggi del dramma shakespeariano trovano un corrispettivo vero in ognuno di quei detenuti/attori che hanno davvero vissuto sulla loro pelle i drammi e le vicende poeticamente narrate dal Bardo. Su tutte l’intensissima sequenza nella quale Bruto compie una lunga riflessione sul tema della libertà e nel farlo la macchina da presa lo riprende al di là delle sbarre. Quegli attori non interpretano “soltanto” Shakespeare, raccontano se stessi e, così facendo, raccontano il mondo. Il loro e il nostro.
Carlo Turco 22 marzo 2012
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“E ora dove andiamo?”
Piccolo/grande film distribuito in Italia in una manciata di copie ma assolutamente da vedere
Una delicata e intelligente riflessione su pace e guerra, su integralismi e fondamentalismi che merita davvero tutta la nostra attenzione. “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki; con Nadine Labaki, Claude Msawbaa, Layla Hakim, Yvonne Maalouf, Antoinette Noufaily, Petra Saghbini, Ali Haidar, Kevin Abboud, Mostafa Al Sakka, Julien Farhat, Anjo Rihane, Samir Awad, Ziad Abou Absi.
In Concorso al Festival di Cannes 2011 nella prestigiosa sezione “Un certain regard”, premiato al Festival di Toronto 2011 con il premio del pubblico/Cadillac People's Choice Award, “E ora dove andiamo’” è un piccolo/grande film distribuito in Italia in una manciata di copie ma assolutamente da vedere, e che soltanto una distribuzione miope e dominata da logiche che di logico hanno assai poco ha messo ai margini del circuito cinematografico. In programmazione al cinema “Alfieri” di Torino, il film di Nadine Labaki è una sferzante e intelligente commedia su di un Paese medio orientale lacerato da una guerra di religione, ma non è né un film sulla guerra nè un film sul Medio Oriente. Piuttosto è un film sull’inutilità di tutte le guerre, sulla stupidità degli integralismi e, soprattutto, sull’aggressività maschile e relativa incapacità degli uomini nel reperire soluzioni che escludano il ricorso alla violenza. In un villaggio contadino nel sud del Libano, un Paese massacrato da anni di guerra civile, faticosamente la gente prova a convivere in pace mettendo in secondo piano l’appartenenza religiosa, ma la tensione cova sotto la cenere e la morte di un giovane fa riesplodere nuovamente il conflitto tra cristiani e musulmani. Travolte da violenza e pregiudizi, le donne del villaggio si coalizzano - come nella “Lisistrata” di Aristofane - concordando un’azione collettiva contro il bellicismo e la brutalità degli uomini e ricorrendo anche ad espedienti particolari - come la collaborazione di un gruppo di ballerine dell’est Europa - cercano di cambiare il corso degli eventi cambiando l’ordine dei valori: pace contro guerra, confronto versus scontro, dialogo contro integralismo, coesistenza versus separatezza. Gli uomini, intesi come genere, escono dalla vicenda con “le ossa rotte” ma la regista Labaki sembra non volerne approfittare evitando discorsi manichei (donne buone/ maschi cattivi) e mantenendo, pur con un finale aperto, il timone dritto sul registro della commedia. Carlo Turco 8 marzo 2012
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“J. Edgar”
Uno sguardo sul Potere nell’America di ieri (e di oggi)
“J. Edgar” di Clint Eastwood; con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Lucas, Judi Dench, Damon Herriman, Dylan Burns.
J. Edgar Hoover: un grande farabutto che con il pretesto di difendere il suo Paese per quarantotto lunghi anni ha ricattato migliaia e migliaia di concittadini a cominciare dagli otto presidenti sotto cui operò, piegando le leggi a proprio uso e consumo. Vanesio e spregiudicato, J. Edgar Hoover muove i primi passi al Dipartimento di Giustizia nel primo dopo guerra (la Grande Guerra 1914-1918) e viene nominato non ancora trentenne direttore del Federal Bureau of Investigation dal presidente degli Usa Calvin Coolidge. Da quel momento in avanti Hoover coltiverà le sue ossessioni, i comunisti e i radicali e, in subordine, il crimine, organizzato e non. Hoover non presterà mai particolare attenzione alla mafia - si badi bene, metà della carriera di Hoover si svolge durante il proibizionismo, l’età d’oro della mafia - tanto che in tutto il film il termine non viene pronunciato neppure una volta. Il capo dell’ Fbi, bigotto e conservatore come pochi al mondo, non colse mai (volutamente?) il perverso intreccio tra potere e denaro, tra politica e malaffare rappresentato dalla mafia, egli era interessato più alla devianza, politica e sociale, e fece di questa la sua “missione”. Psicologicamente schiacciato da una madre imperiosa - stupendamente interpretata da Judi Dench - e perdutamente innamorato del suo collaboratore Clyde Tolson (Armie Hammer) ma incapace di dichiarare il proprio amore e vivere serenamente il rapporto, Hoover (un superlativo, bravissimo Leonardo DiCaprio) per quasi cinquant’anni stringerà nella sua rete gli Stati Uniti facendo compiere all’Fbi un indubbio salto di qualità che trasformerà il Federal Bureau of Investigation in una efficiente e moderna polizia, ma l’ombra enorme e inquietante che sempre aleggerà sulla “sua creatura” sarà rappresentata dal fatto che il direttore dell’Fbi agì mosso più da personalismi che per spirito civico, servendo più le proprie personali fobie che il senso dello stato, il desiderio di vendetta più che la sete di giustizia, tanto da stroncare la carriera dell’agente Pervis che aveva catturato il pericoloso fuorilegge John Dillinger, “il nemico pubblico n° 1”, per la semplice ragione che Pervis non lo adulava a sufficienza e la notorietà dell’agente rischiava di oscurare quella del direttore. In Hoover l’aforisma del filosofo Francesco Bacone “sapere è potere” trovò piena applicazione e raggiunse l’apice nella sottile rete di ricatti tesa ai danni dei fratelli Kennedy, il presidente John Fitzgerald e il ministro della giustizia Robert. Nel dialogo tra il ministro Robert Kennedy, il suo diretto superiore, e il direttore Hoover c’è tutta la cifra del personaggio, c’è il viscido ricatto dello spione che piega ai propri fini leggi e istituzioni. In quel dialogo tra Hoover e Kennedy e poi, poco dopo in sottofinale, l’altro dialogo tra Hoover e Tolson c’è tutto il significato e la potenza del ritratto che Eastwood ha tracciato, un ritratto forse troppo lungo e in più di un momento privo di quella tensione drammatica di cui avrebbe avuto bisogno, ma attraverso il quale Eastwood ha cercato di raccontarci una certa faccia del suo Paese.
Carlo Turco 6 febbraio 2012
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SCIALLA !
Consigliato a padri e figli
“Scialla! (Stai sereno)” di Francesco Bruni; con Fabrizio Bentivoglio, Barbora Bobulova, Filippo Scicchitano, Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya, Arianna Scommegna, Giacomo Ceccarelli, Raffaella Lebboroni, Vinicio Marchioni.
Autore di grande esperienza, con molte, importanti collaborazioni alle spalle - le sceneggiature di tutti i flm di Paolo Virzì, le commedie di Ficarra e Picone, molti episodi del commissario Montalbano, ecc - dopo tanto scrivere per altri Francesco Bruni ha deciso che si poteva fare, che era giunto il momento di passare dietro la macchina da presa e dirigere una propria storia. Complice un produttore coraggioso (Beppe Caschetto) che in pratica ha scommesso su di un esordiente, Bruni ha scritto la sua storia e l’ha portata sullo schermo con la passione della “prima volta” e la consumata abilità dello scrittore di lungo corso. Splendida storia di un padre ed un figlio adolescente, “Scialla!” è una commedia fresca e simpatica che presentata al Festival di Venezia 2011 non a caso si è aggiudicata il primo premio nella sezione “Controcampo”. Professore cinquantacinquenne ritiratosi dall’insegnamento, Bruno (un superlativo Fabrizio Bentivoglio) sbarca pigramente il lunario con le lezioni private e scrivendo su commissione libri e biografie di personaggi più o meno famosi (dal calciatore alla pornostar). Una sera come le altre, una quarantenne lo avvicina all’uscita di casa chiedendogli notizie sul figlio che va a lezione da lui. Bruno, sulle prime è riluttante, poi i due finiscono a mangiare un piatto di spaghetti in una pizzeria di quart’ordine e lì avviene l’agnizione (quasi come in un romanzo di Dickens o di Hugo, che perlatro Bruni ama alla follia): la donna prima si fa riconoscere, per poi rivelare a Bruno che Luca, il ragazzo di cui stanno parlando, in realtà è suo figlio, frutto di una loro fugace relazione di sedici anni prima. Bruno, che non si è ancora ripreso dalla prima “notizia”, immediatamente dopo si sente chiedere dalla madre di ospitare Luca per alcuni mesi perché lei sta partendo per l’Africa per un progetto di cooperazione internazionale. Tra lo stupefatto e l’attonito, il crepuscolare e solitario Bruno, che sino a quel momento aveva rifuggito con cura ogni responsabilità, si trova di colpo proiettato nel ruolo di padre (ad insaputa del figlio, che ovviamente non sa nulla) dando inizio ad un rapporto con il grezzo e vitale adolescente Luca (Filippo Scicchitano) che metterà a dura prova le loro esistenze, ma che rappresenterà per entrambi un importante momento di riscatto e di presa di coscienza. Consigliato a padri, (madri) e figli. Carlo Turco 8 gennaio 2012
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LE AVVENTURE DI TINTIN
Quando il cinema di animazione è CINEMA. La lezione di Spielberg
“Le avventure di Tintin – Il segreto dell'Unicorno” di Steven Spielberg; con Jamie Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost, Gad Elmaleh, Tony Curran. Animazione
Liberamente tratto dall’omonima avventura a fumetti di Hergè (fumettista belga che nel gennaio 1929 creò il personaggio di Tin Tin destinato ad avere, sino agli anni ‘50, un grande successo in tutta Europa), “Le avventure di Tin Tin - Il segreto dell’unicorno” vedono il ritorno di Spileberg alla commedia avventurosa nonchè il suo esordio - a sessant’anni suonati - nel cinema di animazione. Ma le avventure di Tin Tin segnano, oltre a ciò, anche la nascita di un nuovo sodalizio tra Spielberg e Peter Jackson - regista della trilogia de “Il signore degli anelli” - il quale dopo aver prodotto questo primo episodio dirigerà come da accordi i prossimi due lungometraggi. Approdato (è il caso di dirlo, visto che l’avventura si svolge prevalentemente per mare) sugli schermi italiani in 470 copie e quasi due mesi prima dell’uscita americana, “Le avventure di Tin Tin” rappresentano a nostro giudizio una svolta definitiva per il cinema di animazione, e tanta è la cura del particolare, la delicatezza del tratto e l’accuratezza della definizione che si può parlare davvero di “un prima” e “un dopo” Tin Tin. Realizzato con la tecnica del motion-capture - gli attori indossano un vestito ricoperto da alcuni marcatori elettronici e i computer creano un'immagine stilizzata dell'attore, riproducendo digitalmente i suoi movimenti che vengono "catturati" attraverso alcune decine di telecamere attorno a lui, le quali mandano le coordinate dei marcatori ai computer creando così un'immagine virtuale che riproduce i movimenti dell'attore che viene in seguito ridisegnato al computer- il film ha, letteralmente, dello stupefacente perché abbina la delicatezza morbida e “antica” del disegno di Hergè, l’ambientazione anni ‘30 del personaggio Tin Tin con la più assoluta libertà di azione e movimento della macchina da presa che riesce a far compiere ai protagonisti imprese altrimenti impossibili (la fuga di Tin Tin in sidecar, per esempio, è da cineteca). Delicatissimo e al contempo mozzafiato - entrambi i miei figli sono rimasti per tutta la proiezione senza parole - “Le avventure di Tin Tin - Il segreto dell’Unicorno” è la somma di molti eroi, il Tin Tin di Hergè che Spielberg lesse da ragazzo, ma anche il “suo” Indiana Jones, e di molte avventure che vedono il giovane reporter seguire le tracce di un modellino di nave che nasconde il segreto per trovare un’inestimabile tesoro. Tin Tin e il fido cane Milou attraverseranno mari e deserti, sfideranno tempeste e nubifragi aiutati da quel simpatico beone del capitano Haddock e osteggiati dall’infido Shakarin, ma nulla potrà fermare l’intrepido ragazzino. Imperdibile.
Carlo Turco 8 gennaio 2012
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