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VISTO DAL REGISTA

LA NOSTRA VITA
Una (bella) storia dell’Italia, sull’Italia di oggi

“La nostra vita”
di Daniele Luchetti; con Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola, Alina Berzunteanu.

Unico film italiano in Concorso a Cannes (12 - 23 maggio 2010) dove Elio Germano si è visto assegnare il prestigioso premio come Miglior Attore, “La nostra vita” di Luchetti si incentra, più che su di una storia, su di un personaggio, quello di Claudio appunto, affettuoso padre di famiglia e muratore infaticabile. Eppure, in questa storia di periferia dal sapore neorealistico, benché tutto abbia i contorni e il punto di vista maschile e maschilista di Claudio (uno strepitoso Elio Germano), di Piero (un sorprendente Raul Bova), di Porcari (Giorgio Colangeli) o di Ari (Luca Zingaretti), il tono o la cifra del film è spesso dato dalle donne, da ciò che esse dicono e fanno. E’ di Elena infatti (una Isabella Ragonese costretta in un ruolo certo al di sotto delle sue potenzialità), una delle battute chiave del film - “noi siamo poveri, ma non rubiamo” - che la donna lascia come monito e regola di vita a marito e figli; così come è la sorella Liliana (Stefania Montorsi) che rivela apertamente ciò che molti pensano ma non osano dire: “i parenti sono come i tacchi, sono scomodi ma aiutano”. Muratore padre di due figli e in attesa del terzo, modestamente e sommessamente felice della sua vita ruvida e grossolana - “Voi siete fatte per fare figli, è uno spreco mettervi a lavorare” dice alla moglie che pure ama - , Claudio si trova improvvisamente vedovo. Annichilito dal terribile dolore che lo ha travolto - e sostanzialmente incapace di tradurre il proprio ruolo di padre in un compito relazionalmente attivo e propositivo - Claudio decide di colmare il vuoto affettivo determinato dalla scomparsa della moglie coprendo, letteralmente, figli e congiunti di regali e cose, annegando in una sorta di bulimia consumistica il proprio assoluto sconforto. E così, per dare corso al proprio disegno, Claudio finisce per imbarcarsi in un progetto più grande di lui e, mettendo da parte i pochi residui di moralità posseduti, da muratore si trasforma in imprenditore, scontrandosi, com’è naturale anche in quest’Italia berlusconizzata e amorale, in una serie di problemi etici e morali di non poco conto. Ma, come gli ricorderà con drammatica semplicità un muratore rumeno, “non sempre tutto s’aggiusta con i soldi”.
Carlo Turco
29 giugno 2010


IL PROFETA
Il mondo del carcere visto “dal di dentro”, senza pietismi e infingimenti, una tagliente e spietata metafora del mondo “di fuori”. Un film imperdibile

“Il Profeta”
di Jacques Audiard; con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi,  Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi, Rabah Loucif.

Anche per “Il profeta”, letteralmente sommerso da un’incredibile messe di premi - Gran Premio come miglior film al Festival di Cannes 2009, ben 9 Cesar francesi, una nomination all’Oscar 2010, miglior film straniero al Bafta, miglior film al London Film Festival, ecc - siamo alle solite: una distribuzione ridicola e inadeguata, e veri e propri pellegrinaggi degli spettatori per vederlo.  Non ci sono più parole al riguardo. 
Detto ciò,  occupiamoci dello specifico filmico e di un film, “Il profeta” appunto, che, come recita il titolo, si rivela molto, molto profetico. Il protagonista é Malik (uno sconosciuto quanto straordinario Tahar Rahim), un francese di origini arabe che, diciannovenne, si vede affibbiare sei anni di galera. Per lui potrebbe essere la fine perché le galere, si sa, in Francia come in Italia, sono notoriamente degli inferni, e lo sono ancor di più per chi è giovane e solo come Malik, un cane randagio che né fuori né dentro non ha alcuno su cui fare affidamento. E invece la galera diventa lentamente l’unica scuola che l’analfabeta Malik può frequentare, l’unico “Liceo” in grado di garantirgli un “diploma”. Tra le sbarre della prigione, il giovane Malik compie tutte le tappe della sua formazione, posto di fronte all’ineludibile dilemma di uccidere o venir ucciso compie l’unica scelta in grado di consentirgli la sopravvivenza, diventando poi il “protegé” del boss corso Luciani (un superlativo Niels Arestrup), che in galera fa il bello e il cattivo tempo. Malik ascolta molto, parla poco ed apprende ancor di più, sopportando il disprezzo dei corsi per i quali resta “uno sporco arabo” e degli arabi per i quali non è che un “traditore”. Impara a leggere e scrivere, fa propri trucchi e sotterfugi del suo protettore e, da servo, per dirla con Hegel, si trasforma in padrone. 
Lucida, graffiante ed incisiva metafora della società francese - nel microcosmo del carcere si riproducono, certo con maggior durezza e minori mediazioni ma sostanzialmente immutati, i medesimi meccanismi sociali, culturali e psicologici del mondo “di fuori”- “Il profeta” di Audiard ci mostra, riflesse nello specchio neppur troppo deformante della prigione, le regole d’ingaggio della nostra vita quotidiana, i fondamenti del successo e dell’affermazione in un affresco visivo potente ed incisivo che sfruttando tutti gli stereotipi del cinema di “genere” - dal più ovvio cinema carcerario al western - li supera e sublima in uno sguardo avvincente e originale. Da non perdere. 
Carlo Turco
27 maggio 2010


MINE VAGANTI
Una simpatica e graffiante commedia che porta al centro il tema dei rapporti e delle relazioni, degli affetti e del diritto ad amare come si vuole. Da vedere

“Mine Vaganti”
 di Ferzan Ozpetek; con Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Massimiliano Gallo, Paola Minaccioni, Emanuela Gabrieli, Carolina Crescentini, Giorgio Marchesi, Gianluca De Marchi, Daniele Pecci, Matteo Taranto, Carmine Recano.

Dopo il mezzo passo falso di “Un giorno perfetto” ( e quello intero di “Cuore sacro”), Ozpetek torna alle atmosfere a lui più congeniali di “Le fate ignoranti”, confezionando con le “Mine vaganti” forse il suo film più convincente e riuscito. Coadiuvato in sede di sceneggiatura dal giovane, ma già esperto, Ivan Cotroneo ( “Paz!”, “La prima linea”, “Piano, solo”, “Io sono l’amore”), il film è una simpatica e “scorretta” commedia familiare che se non avesse come titolo l’azzeccato ” Mine vaganti”, potrebbe tranquillamente optare per un più prosaico ma non meno vero “Segreti di famiglia”. Perché è proprio intorno ad un segreto lungamente taciuto che la commedia di Ozpetek ruota, con il giovane Tommaso (un sempre più bravo e bello Riccardo Scamarcio) che torna da Roma nella nativa Lecce, seriamente intenzionato a rivelare ai suoi genitori alcuni fondamentali “dettagli” della sua esistenza: ovvero che lui non sta frequentando la facoltà di Giurisprudenza, come i suoi genitori pensano, bensì Lettere; che non ha nessuna intenzione di lavorare nel pastificio di famiglia perché desidera fare lo scrittore ed infine, che è follemente innamorato di Marco (Carmine Recano).
Ma mentre Tommaso si accinge ad aprire il suo cuore in famiglia, anche al costo di spezzare più di un cuore di quella stessa famiglia, ecco che la vita, con le sue imprevedibilità, ci mette lo zampino, ed i piani di Tommaso vanno per aria. Un altro, inatteso segreto, catturerà infatti le attenzioni dei commensali facendo prendere un nuovo corso alla situazione. 
Film corale con un cast armonicamente assortito e in incredibile stato di grazie (oltre al già citato Scamarcio, sono da segnalare le interpretazioni della zia Elena Sofia Ricci e del padre Ennio Fantastichini, dell’amica Nicole Grimaudo e della madre Lunetta Savino), il film ci presenta un Ozpetek finalmente  libero da paludamenti e paure, in grado di dare ai suoi personaggi una scanzonata levità senza peraltro dimenticare l’importanza dei temi affrontati (i rapporti generazionali, il coraggio delle scelte, i pregiudizi vecchi e nuovi, ecc), un Ozpetek capace di farci ridere, secondo la miglior tradizione della commedia italiana, senza dimenticare di farci riflettere. Da vedere. 

Carlo Turco
30 aprile 2010


INVICTUS
Un grande Clint Eastwood per un grande Nelson Mandela

“Invictus - L'Invincibile”
 di Clint Eastwood; con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobbs.

Ad ottant’anni suonati Clint Eastwood continua a firmare film importanti in una carriera che sembra non avere limiti e confini, e così, tra una rilettura della seconda guerra mondiale (“Flags of our fathers” e “Lettere da Iwo Jima”) e una riflessione sul tema della convivenza (“Gran Torino”), Eastwood trova il tempo e le energie per misurarsi con la figura del grande Nelson Mandela. Liberamente tratto dal romanzo di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation" (edito in Italia da Sperling & Kupfer con il titolo “Ama il tuo nemico”) il film, intenso e visionario senza essere inutilmente agiografico, isola alcune situazioni della vita del grande statista raccontando attraverso di esse la “nascita di una nazione”. 
Uscito dal carcere dopo ventitrè anni di detenzione, nel 1994 alle prime elezioni libere Nelson Mandela trionfa diventando il primo presidente di colore del SudAfrica. Ma, parafrasando D’Azeglio, se il SudAfrica è fatto restano da fare i sudafricani, e il lungimirante uomo politico decide di cominciare da una partita di rugby. Ottenuta nel 1995 l’organizzazione della coppa del mondo, Mandela (interpretato da un Morgan Freeman talmente calato nella parte da andare al di là di ogni possibile immaginazione) intuisce che lo sport può compiere nel cuore dei sudafricani ciò che la mente si rifiuta di realizzare, tenere uniti bianchi e neri, cercare ciò che unisce anzichè ciò che divide e, scongiurando una guerra civile, costruire un nuovo Paese. Al ritmo di “One Team, One Nation”, Mandela segue gli allenamenti degli Springboks, trovando nel suo capitano Francois Pienaar ( un grande Matt Damon), un interlocutore in grado di comprendere il suo disegno. Odiato simbolo dell’apartheid (la popolazione di colore festeggiava alle sue sconfitte), gli Springboks riusciranno a trasformarsi nel volgere di una stagione nell’emblema del riscatto di un SudAfrica multirazziale e integrazionista, capace di sconfiggere la nazionale di rugby neozelandese degli AllBlacks intonando il nuovo inno del Paese, il "Die Stem" boero e il  "Nkosi Sikelei i Afrika" in lingua xhosa. 

Carlo Turco
29 marzo 2010
 


LA BOCCA DEL LUPO
Semplicemente imperdibile. “La bocca del lupo” di Pietro Marcello; con Vincenzo Motta, Mary Monaco

“La bocca del lupo”. Già vincitore della ventisettesima edizione del Torino Film Festival nel dicembre 2009 ed in seguito selezionato alla 60° edizione del Festival di Berlino 2010 (dove ha vinto il Teddy awards e il Calgari Prize), l’opera seconda di Pietro Marcello rappresenta, sotto molti aspetti, una grande novità nel panorama cinematografico italiano. Prodotto dalla Fondazione San Marcellino di Genova (prima novità), un ‘associazione onlus di gesuiti che dal 1945 si occupa di emarginati e senza tetto, dalla Indigo Film di Nicola Giuliano e Francesca Cima (i produttori de “Il divo” di Paolo Sorrentino, per intenderci) e dall’Avventurosa di Dario Zonta, da venerdì 19 febbraio “La bocca del lupo” è  approdato (seconda novità) nel normale circuito delle sale. Al cinema Massimo a Torino, al Centrale a Milano, al Quattro Fontane e all’ Intrastevere a Roma, il film di Pietro Marcello troverà spazio accanto alle pellicole di Verdone e Cameron, di Muccino e Peter Jackson, e la cosa, per l’asfittico e claustrofobico panorama cinematografico italiano, rappresenta una novità di assoluto rilievo. Sì, perché il “docudrama” “La bocca del lupo”, non è soltanto “nuovo” dal punto di vista produttivo (non è assolutamente usuale che un film su committenza, perché di questo si tratta, approdi in sala; è ancor meno usuale che a produrre un film siano dei religiosi che da decine anni combattono in trincea, occupandosi di deboli, poveri e diseredati), ma lo è soprattutto dal punto di vista espressivo, collocandosi a metà strada tra il cinema di finzione e di documentazione. Figlio di sei mesi di indagine tra i vicoli di Genova e gli assistiti di padre Nicola Gay e padre Alberto Remondini per cercare la storia giusta. Figlio di otto mesi di relazione, una volta conosciuti Enzo e Mary, per stringere amicizia e conoscere più da vicino il loro mondo. Figlio di un anno e mezzo di riprese e montaggio, “La bocca del lupo”  è tutto meno che un film frettoloso e improvvisato, è un film che invece scende lento a toccare le profonde corde del cuore. Storia d’amore tra un ex detenuto ed un transessuale, la pellicola racconta con tutta la delicatezza ma anche la profondità possibile una relazione intensa e vitale vissuta ai margini della città (civiltà?), facendoci arrossire, piangere e riflettere come raramente accade. Stupendo e imperdibile. 

Carlo Turco
12 marzo 2010


IL CONCERTO
Ritorna Radu Mihaileanu (il regista di “Train de vie”) con la storia del concerto con cui Andrei Filipov, direttore d'orchestra degradato ai tempi di Breznev per aver difeso i “suoi” musicisti di origine ebraica, si prende la rivincita

“Il concerto”
 di Radu Mihaileanu; con Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Valeriy Barinov, Vasile Albinet, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Mélanie Laurent. 

Suo padre di cognome faceva Buchmann, mutato in un più anonimo e rumeno Mihaileanu per sfuggire ai nazisti prima e a Ceausescu poi. Dunque, nel dna di famiglia di Radu Mihaileanu era (è)  presente, come in ogni buon ebreo, una predisposizione (forzata, ahinoi) per la fuga e il mimetismo. Fuga e sotterfugio, inganno ed ironia sembrano del resto essere le cifre del cinema di Mihaileanu che con lo splendido “Train de vie” raccontava l’inganno di un intero villaggio che per sfuggire alla (vera) persecuzione ne inventava una finta, con finti nazisti su di un treno carico di finti deportati in grado di ingannare (per una volta) il Male. Ed è ancora con un sotterfugio che il giovane ragazzo etiope protagonista di “Vai e vivrai” attraversa continenti e Paesi fingendosi un ebreo falasha per cercare ospitalità e rifugio in Israele. Ed è, infine, attraverso un inganno che Andrei Filipov porterà la “sua” orchesta a Parigi. 
Prestigioso direttore d’orchestra al Bolscioj di Mosca, Filipov era stato degradato sin dai tempi di Breznev per ragioni politiche, per aver difeso i “suoi” musicisti di origine ebraica. Ridotto ad addetto alle pulizie, Filipov intercetta fortunosamente un fax del Théâtre du Châtelet di Parigi e, su due piedi, decide di riprendersi, vent’anni dopo (Dumas?) la sua rivincita. Aiutato da alcuni vecchi amici, l’ex direttore riunisce l’antico gruppo di orchestrali che si arrabattano con i mestieri più disparati - autisti di ambulanze, autori di colonne sonore per film porno, musicisti per feste e fiere di paese - e li porta con sè a Parigi. 
Lì, mentre le prove dell’orchestra prendono una piega fra il grottesco e il disastroso e gli organizzatori francesi cominciano a mangiare la foglia, tra risate e colpi di scena - chi sono i genitori della bella violinista Anne Marie Jacquet ? - si consuma il riscatto di Andrei Filipov,  una rivincita giocata sulle incantevoli note del Concerto in re maggiore n. 35 per violino e orchestra di Ciaikovski. La rivincita della passione e del coraggio, dell’ironia e dell’arte che sola può, se si può, sconfiggere le desolanti brutture del mondo.

Carlo Turco
1 marzo 2010


WELCOME
L'attesissimo film di Philippe Noiret che ci parla di clandestinità e migrazioni

In Francia è stato visto da 3 milioni di spettatori e ha fatto jndispettire il presidente Sarkozy per aver riaperto, tra l’opinione pubblica, il dibattito sulle politiche dell’immigrazione. In Italia, sta passando sotto silenzio, eppure farebbe bene a molti vederlo, per capire, discutere e riflettere.  

“Welcome”
 di Philippe Lioret; con Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgül, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin, Yannick Renier, Mouafaq Rushdie, Behi Djanati Ataï, Behi Djanati Atai, Patrick Ligardes, Jean-Pol Brissart, Blandine Pélissier. 

In un’Italia che riesce a schierare a Rosarno, provincia di Reggio Calabria, i reparti antisommossa per reprimere nel sangue le proteste di centinaia di “poveri cristi” (in senso assolutamente letterale) costretti dalla mafia calabrese e dai suoi “caporali” a lavorare nei campi dall’alba al tramonto per 20 euro al giorno e non riesce a trovare nemmeno un poliziotto per arrestare chi, alla luce del sole, da anni schiavizza questi stessi lavoratori, un film come “Welcome” non può che passare inosservato. Eppure, a quest’Italia incattivita, conservatrice e livorosa, a quest’ Italia di ronde e “white christmas”, egoista e senz’anima, la visione di un film come “Welcome” non potrebbe che fare bene, e molto. 
Diretto da Philippe Lioret e stupendamente interpretato daVincent Lindon e dal giovane Firat Ayverdi, “Welcome” è un dramma dell’immigrazione ma anche, e soprattutto, una storia d’amore e d’amicizia. Ilal (Firat Ayverdi), è un diciassettenne curdo che ha lasciato le sue inospitali terre nella speranza di raggiungere in Gran Bretagna la propria fidanzata. Quattromila chilometri di un’odissea che si arresta a Calais sulle coste della Manica, ad un passo dalla meta. Scoperto dai cani della polizia dentro ad un tir, il clandestino Ilal, in mancanza di alternative, decide di raggiungere la sponda inglese a nuoto, ed è durante i preparativi del suo folle ed estremo proposito che incontra Simon (Vincent Lindon), un ex campione di nuoto che vive facendo l’istruttore. Tra i due scocca la scintilla dell’amicizia, Simon si porta prima il ragazzo a casa per rifocillarlo, per trasformarsi poi nel suo allenatore e padre “putativo”. Ed è li, nel rapporto padre/ figlio - il padre che non ho, il figlio che non ho avuto - che sta la vera forza del film, nell’amore e nella capacità di mettersi in gioco -  “Lui ha fatto 4000 km a piedi per rivedere la sua ragazza”, dice Simon alla moglie, “Tu sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti” - che risiede il senso profondo e vero di una storia intensa e struggente. Da non perdere. 

Carlo Turco 
13 gennaio 2010


GARAGE
Un film di Lenny Abrahamson sul senso della vita e sul tema della diversità. Un piccolo capolavoro da non perdere.

“Garage”
di Lenny Abrahamson; con Pat Shortt, Conor Ryan, Anne-Marie Duff, Don Wycherley, Andrew Bennet, Denis Conway, George Costigan, Tom Hickey, Una Kavanagh, John Keogh, Suzy Lawlor, Jason Nelligan. 

Maltrattato, come al solito, da una distribuzione miope e sciocca (ma ora disponibile in dvd)  “Garage” è per molti aspetti un film da non perdere. In concorso a Cannes (sezione “Quinzaine de realisateurs”)  e addirittura vincitore al TorinoFilmFestival nel 2007, il bel film di Lenny Abrahamson ha impiegato  due anni a trovare spazio sui nostri schermi nelle settimane scorse, naturalmente in una manciata di copie, mentre al contempo i fratelli Vanzina ci travolgevano con 400 copie dello sciocchezzaio “Un’estate ai caraibi” (giusto per capire la qualità della programmazione cinematografica italiana). Ma, a dispetto di ciò dicevamo, “Garage” è il classico film che, se solo lo lasciassero vedere, potrebbe essere amato dalla critica e dal pubblico. 
Siamo nell’Irlanda occidentale, Josie (Pat Shortt, un attore comico conosciutissimo e molto amato nel mondo anglosassone) è un sempliciotto addetto alla pompa di benzina di un paesino perso nella campagna. La sua vita scorre tranquilla, monotona potremmo dire, tra il malcelato disprezzo e l’ipocrita sopportazione dei compaesani e lì, dove non accade mai nulla, Josie si aggrappa alla sua coattiva ripetività ( “vero”, “certo”...) accontentandosi, quasi felice, del suo poco - una lattina di birra, due battute coi clienti, una sguardo all’orizzonte  infinito- fino a quando il suo capo non gli affianca David (Conor Ryan), un adolescente di poche parole cui “insegnare il mestiere”. L’intesa tra Josie e David è immediata, ma anche scatenante e la vicenda presto prenderà una piega inattesa.
Semplice ed essenziale, ma al contempo profondissimo, “Garage” procede per ellissi narrative e visive, e proprio attraverso i suoi silenzi, le gag e i campi lunghi ci invita a riflettere e sorridere, in un insieme di sorprendente, ironica complessità. 

Carlo Turco 
9 novembre 2009


CROSSING OVER
Ancora in sala e, tra non molto in dvd, il nuovo graffiante film di Wayne Kramer su problemi dell’immigrazione negli Stati Uniti

“Crossing Over” di Wayne Kramer; con Harrison Ford, Ray Liotta, Ashley Judd, Alice Braga, Cliff Curtis. 
Presentato  in Italia a fine stagione in una manciata di copie, probabilmente il terzo film di Wayne Kramer (“The cooler” e “Running”) avrebbe meritato miglior fortuna. Infatti, pur senza essere un capolavoro, anzi con più di un difetto da farsi perdonare, nonostante ciò “Crossing over” è un film da vedere. In primo luogo per il tema affrontato, perché di questi tempi, e in Italia in particolare, di immigrazione non si parla mai abbastanza (soprattutto se si intende capire e non soltanto criminalizzare). In secodo luogo per la prova d’attore del protagonista Harrison Ford che, invecchiando, sembra aver scoperto al pari di Tommy Lee Jones la fascinosa forza delle rughe, dietro le quali ci fornisce una misurata e sentita interpretazione che da sola vale il prezzo del biglietto. 
Agente dell’ Ice (Immigration and Customs Enforcement), Max Brogan (Harrison Ford ) opera lungo il confine con il Messico e svolge il suo lavoro, sotto molti aspetti incredibilmente odioso, con tatto e sensibilità, cercando di non considerare i clandestini numeri o, peggio, pacchi da rispedire al mittente. E’ a lui che l’operaia messicana arrestata dai suoi colleghi si rivolge perchè aiuti il suo bambino e, direttamente o indirettamente, è intorno a lui che ruotano le altre  sei storie che compongono il film, da quella dell’australiana costretta a subire un ricatto a sfondo sessuale da un burocrate (Ray Liotta) per ottenere il permesso di soggiorno, all’ebreo ateo in attesa anch’egli della green card. 
Film corale che per struttura e pathos ricorda, certo intenzionalmente, “Crash” di Paul Haggis o “Babel “ di Inarritu, “Crossing over” sconta rispetto ai film citati una minor originalità sia nel tratteggiare i personaggi, che risultano a tratti eccessivamente stereotipati, sia nel dipanare le storie, tanto eterogenee e prevedibili quanto fin troppo definite. A dispetto di ciò, il film ha il grande pregio di affrontare di petto, anche in maniera cruda, un problema che in molti vogliono analizzare solo in termini di sicurezza (la propria), muri e ronde.   
Carlo Turco
15 settembre 2009


L'OSPITE INATTESO
Anche in dvd la storia di amicizia e diritti negati a New York del regista Thomas McCarthy

Per chi l’avesse perso sul grande schermo, è ora disponibile in dvd “L’ospite inatteso”, una (bellissima) storia di amicizia e di diritti (negati) tra i grattacieli di New York. 

 “L’ospite inatteso”        
di Thomas McCarthy; con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass, Marian Seldes. 

Con il suo lungometraggio precedente, “The Station Agent”, Thomas McCarthy si era aggiudicato il primo premio al SundanceFilm Festival. Con questo “L’ ospite inatteso”, prodotto dalla stessa casa che aveva lanciato “Sideways”, da più parti ci si è sbilanciati parlando di candidatura all’Oscar. Certo è che, al di là di pronostici e vaticini più o meno indovinati, il film ha tutte le caratteristiche per riuscire, a cominciare da un soggetto acuto e inusuale e un cast ( da Richard Jenkins a Haaz Sleiman) in grado di dare forza alla storia. 
Professore di economia, vedovo e stanco della vita, Walter Vale conduce una vita monotona e priva di emozioni sino a quando, partito controvoglia dal Connetticut dove insegna per sostituire un collega ad un convegno a New York, scopre che il suo appartamento cittadino, ormai vuoto da anni, è stato truffaldinamente affittato a due stranieri, il siriano Tarek e la senegalese Zainab. 
Tarek suona il djembe in un gruppo jazz,  Zainab è una disegnatrice di gioielli. Dopo la sorpresa iniziale, Walter invita i due a restare, fino a quando almeno non troveranno un’altra sistemazione stringendo, in particolare con Tarek, un’amicizia su basi “musicali”. Di colpo però, la situazione precipita perché dopo un casuale controllo in metropolitana il giovane siriano, in quanto immigrato irregolare, viene condotto  in un centro di detenzione dell'I.C.E. (Immigration and Customs Enforcement).
Delicato e struggente, “L’ospite inatteso” è storia d’amicizia e di affetti, ma anche di impegno e coscienza civile che con tocco gentile parla, anche ridendo, anche sorridendo, della Manhattan invisibile degli immigrati, e più in generale di un Paese alla ricerca, di una nuova, o antica a seconda dei punti di vista, mission. Il “New York Times” ha parlato del primo film dell’era “Obama” . Da non perdere. 

Carlo Turco
23 luglio 2009 
 

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