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DAL MONDO

STRASBURGO
Sentenza storica della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo che condanna l'Italia all'unanimità per i respingimenti Libia nel 2009.

Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Il nostro Paese dovrà versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime. Riccardi: "Ripensare alla nostra politica sull'immigrazione"
di VLADIMIRO POLCHI de la Repiubblica
ROMA - Stop ai respingimenti in mare. Bocciate le espulsioni collettive. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato all'unanimità l'Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, è stato violato l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura. Strasburgo ha così posto un freno ai respingimenti indiscriminati in mare e ha stabilito che l'Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani.  L'Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili.
Riccardi. La sentenza della Corte di giustizia di Strasburgo che ha condannato l'Italia per i respingimento in Libia di alcuni immigrati "sarà ricevuta e valutata con grande attenzione" dal governo italiano "e ci farà pensare e ripensare alla nostra politica per l'immigrazione". Così il ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi, a margine della due giorni Ifad sull'agricoltura sostenibile. Il ministro ha spiegato che come governo "ne prenderemo insieme visione e capiremo che fare. Io l'accetto con molto rispetto per le istituzioni europee", ha aggiunto Riccardi, sottolineando che il fine del governo è quello di "fare una politica chiara, trasparente e corretta sull'immigrazione".
I precedenti. La politica migratoria del vecchio governo Berlusconi continua a perdere pezzi. A picconare i pacchetti sicurezza e la Bossi-Fini 1 sono tribunali ordinari, Consiglio di Stato, Corte di Cassazione, Consulta e Corte di giustizia dell'Unione europea. Sotto le loro sentenze cadono: l'aggravante di clandestinità, il divieto di matrimonio con irregolari, il reato di clandestinità (nella parte che punisce con il carcere gli immigrati irregolari). Ora a crollare è il muro dei respingimenti in mare dei migranti, sotto i colpi della Corte europea dei diritti dell'uomo 2
Il respingimento del 6 maggio 2009. La sentenza della Corte di Strasburgo colpisce i respingimenti attuati dall'Italia verso la Libia, a seguito degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglato dal governo Berlusconi. "Il 6 maggio 2009, a 35 miglia a sud di Lampedusa  -  spiega il Consiglio italiano per i rifugiati 3 (Cir)  -  in acque internazionali, le autorità italiane hanno intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti  -  stando al ricorso  -  sono stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. I migranti non hanno avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di queste 200 persone, 24 (11 somali e 13 eritrei) sono state rintracciate e assistite in Libia dal Cir e hanno incaricato gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo".
Le condizioni di detenzione in Libia. "Le successive condizioni di vita in Libia dei migranti respinti il 6 maggio 2009 sono state drammatiche  -  sostengono dal Cir  -  La maggior parte è stata reclusa per molti mesi nei centri di detenzione libici, dove ha subito violenze e abusi di ogni genere. Due ricorrenti sono deceduti nel tentativo di raggiungere nuovamente l'Italia a bordo di un'imbarcazione di fortuna. Altri sono riusciti a ottenere protezione in Europa, un ricorrente proprio in Italia. Prima respinti e poi protetti, a dimostrazione della contraddittorietà e insensatezza della politica dei respingimenti". Al riguardo va ricordato che, secondo le stime dell'Unhcr, circa 1.500 migranti hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Italia via mare nel 2011.
Le reazioni alla sentenza. "Viene condannato il governo italiano ma vince lo spirito della nostra Costituzione, nonché la tradizione del popolo italiano  -  sostiene Andrea Olivero, presidente nazionale Acli  -  quella di un paese accogliente che non respinge i disperati in mare consegnandoli ad un tragico destino. Un monito durissimo per il governo che ha commesso quell'errore e per le forze politiche che non solo difesero, ma si fecero vanto di quell'azione, mentre tutte le organizzazioni della società civile per il rispetto dei diritti umani ne denunciavano l'illegalità e la disumanità".
Unhcr. La sentenza è "un'importante indicazione per gli stati europei circa la regolamentazione delle misure di controllo e intercettazione alla frontiera". Lo ha affermato Laurens Jolles, il Rappresentante dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) per il sud Europa: "ci auguriamo che rappresenti un punto di svolta per ciò che riguarda le responsabilità degli Stati e la gestione dei flussi migratori".
L'Unchr comprende le "sfide che le migrazioni irregolari pongono all'Italia e agli altri paesi dell'Unione Europea e riconosce i significativi sforzi compiuti dall'Italia e dagli altri stati per salvare vite umane nell'ambito delle loro operazioni di ricerca e soccorso in mare". Ma sottolinea l'Alto Commissariato, "Le misure di controllo alla frontiera non esonerano gli stati dai loro obblighi internazionali; l'accesso al territorio alle persone bisognose di protezione dovrebbe pertanto essere sempre garantito"
L'Alto Commissariato è inoltre preoccupato che l'Italia abbia riattivato il trattato bilaterale con l'attuale Governo libico senza rinunciare formalmente alla pratica dei respingimenti che è il risultato di tale accordo. "Ci auguriamo che questa sentenza rappresenti un motivo di riflessione che porti ad un segnale di discontinuità da parte del Governo italiano", ha concluso Jolles.
(23 febbraio 2012)


MUTILAZIONI
In Europa 500mila donne mutilate, Amnesty s’appella alla Ue. L'articolo di Monica Ricci Sargentini

Per milioni di bambine, soprattutto africane, è una tappa obbligata: le mutilazioni genitali femminili sono una pratica barbara dura a morire e riguardano ancora 140milioni di donne nel mondo. Una tradizione che tocca anche l’Italia dove si calcola ci siano 35mila persone che sono state sottoposte all’asportazione della clitoride o, peggio ancora, all’infibulazione in cui i genitali esterni vengono cuciti quasi interamente rendendo qualsiasi futuro rapporto sessuale molto doloroso e il parto molto pericoloso.
Lunedì prossimo si celebrerà la Giornata mondiale per mettere fine a una tortura che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, viene praticata su 3 milioni di bambine ogni anno. In vista di questo evento Amnesty International e l’European Women’s Lobbyhanno chiesto all’Unione europea di adottare una visione coerente e l’impegno per porre fine a queste e ad altre forme di violenza contro le donne. “Dal 2010 – si legge in un comunicato dell’organizzazione per i diritti umani – quando la Commissione europea aveva promesso di adottare una strategia sulla violenza contro le donne, comprese le mutilazioni dei genitali femminili, non vi è stato alcun tentativo coerente e strutturato di affrontare questa violazione dei diritti umani”.
Attraverso l’immigrazione, questa pratica si è estesa anche in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, dove le famiglie degli immigrati dai Paesi in cui vigono queste regole le applicano alle proprie figlie. Secondo il parlamento europeo sono circa 500.000 le donne e bambine residenti in Europa che portano su di sé le conseguenze permanenti delle mutilazioni e  altre 180.000 sono a rischio ogni anno. Molto spesso l’escissione si pratica nel Paese d’origine. Le bambine, ignare di quello che le aspetta, vengono portate all’estero durante le vacanze estive e costrette a subire il tremendo rito di passaggio, garanzia del loro status sociale e della loro idoneità ad andare in spose.  In Italia, ogni giorno, circa otto minorenni corrono questo rischio. Le conseguenze per la salute sono gravissime: oltre ai danni psicologici e alla negazione di ogni piacere sessuale, la clitoridectomia e l’infibulazione aumentano l’incidenza delle malattie infettive, soprattutto all’apparato genitale e urinario, e della mortalità al momento del parto.
Tuttavia in Francia, Regno Unito, Svezia e altri Paesi dove la pratica è stata riconosciuta reato da oltre un decennio, le mutilazioni dei genitali femminili continuano ad esistere. “È la prova – dice Christine Loudes, direttrice della Campagna europea END FGM - che la legge non è la chiave che chiude tutte le porte a questa violazione dei diritti umani. L’Unione europea dovrebbe adottare un approccio complessivo che coinvolga le comunità interessate, per garantire che le bambine siano protette e le loro famiglie non siano colpite dallo stigma”.
 La violenza contro le donne, di cui le mutilazioni dei genitali femminili sono uno dei più gravi esempi, è un fenomeno sistematico e molto diffuso. Quasi ogni donna nell’Unione europea subirà qualche forma di violenza durante la sua vita, una su cinque sarà vittima di violenza domestica, una su 10 verrà stuprata o costretta a compiere atti sessuali.
 Amnesty International e l’European Women’s Lobby ritengono che un passo che ciascuno Stato membro dell’Unione europea potrebbe già intraprendere per proteggere le donne e le bambine dalle mutilazioni dei genitali femminili e da altre forme di violenza contro le donne, sia quello di firmare e ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica.
 L’Italia non ha finora firmato la Convenzione. L’auspicio è che il governo italiano si impegni a firmarla e ratificarla quanto prima in quanto si tratterebbe del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza.
 “Porre fine a tutte le forme di violenza contro le donne, comprese le mutilazioni dei genitali femminili, dev’essere una priorità, specialmente in tempi di crisi. Sappiamo che l’Unione europea ha gli strumenti per far cessare la violenza contro le donne e sviluppare una strategia che garantisca a tutte le donne il diritto di vivere libere dalla violenza. Allora, cosa stiamo aspettando?” – ha chiesto Cecile Greboval, direttrice dell’European Women’s Lobby.
Già, se non ora quando?
6 febbraio 2012


INDIGNADOS ROMENI
Anche in Romania scendono i piazza gli “indignados”

Riprendiamo da Apiceuropa del 20 gennaio 2012 l'articolo di Adriana Longoni.
Anche in Romania scendono i piazza gli “indignados”
I movimenti di protesta che continuano a serpeggiare in tutta Europa contro le misure di austerità e le ricadute sociali generate da una profonda crisi finanziaria ed economica sono giunti, non senza una certa sorpresa, anche in Romania. La sorpresa viene dal fatto che non si erano più viste manifestazioni a Bucarest e nel resto del paese dalla caduta di Ceaucescu nel 1989, tanto da considerare la società rumena una società in rassegnata transizione verso l’economia di mercato e un po’ troppo affascinata dall’ingannevole sfavillio della società dei consumi dopo più di quarantacinque anni di comunismo.
La scintilla che ha fatto scattare le proteste risale al 9 gennaio scorso quando il Presidente rumeno Traian Basescu, qualifica di “nemico della riforma” il popolarissimo medico Raed Arafat, Sottosegretario di Stato alla Salute e fondatore del servizio nazionale di medicina d’urgenza. Uno scontro quindi sulla riforma del sistema sanitario che il Governo avrebbe voluto privatizzare e che aveva portato alle dimissioni, ora rientrate, del Dottor Arafat e al ritiro del progetto governativo. Ma questo episodio non spiega da solo le ragioni delle proteste, che, sebbene rallentate in questi ultimi giorni dal freddo polare che ha investito il paese, sono andate avanti con contenuti sempre più precisi e coinvolgendo tutte le categorie della popolazione, dagli anziani agli studenti, dai lavoratori ai disoccupati, dai semplici cittadini agli intellettuali, dagli insegnanti ai pensionati. Un segno forte del risveglio di una società che subisce fortemente le misure imposte dall’austerità e dal Fondo Monetario Internazionale e che, nel contempo chiede due cose: che Basescu se ne vada e permetta l’emergere di una nuova classe politica e che si metta fine ad una corruzione dilagante che tocca tutte le leve del potere e impedisce lo sviluppo economico del paese.
La Romania, in piena recessione, è infatti uno dei paesi dell’UE che soffre maggiormente per la crisi finanziaria ed economica. Nella primavera del 2010, dopo un accordo con il Fondo Monetario Internazionale e un prestito di 20 miliardi di Euro per sostenere l’economia, il Governo ha ridotto gli stipendi dei funzionari del 25%, le pensioni del 15%, ha portato l’IVA al 24% e ha ridotto drasticamente gli interventi sociali.
Ma oltre alle proteste per la difficile situazione economica e i sacrifici chiesti ad una popolazione di per sé non proprio abituata a confortevoli condizioni di vita, le manifestazioni hanno messo in evidenza anche striscioni che chiedevano più democrazia, più libertà di stampa, più coinvolgimento e dialogo con la popolazione e più rispetto per il Parlamento. Recentemente infatti il Governo si era impegnato su una serie di leggi, senza per altro farle approvare dal Parlamento, fra cui la revisione del Codice del lavoro, adottata nel febbraio scorso e una nuova legge elettorale, ora al vaglio della Corte costituzionale su richiesta dei partiti d’opposizione.
Tuttavia, i partiti d’opposizione stentano ad organizzarsi e a presentarsi come alternativa democratica all’attuale Governo. La sfiducia dei romeni e la percezione di una diffusa corruzione hanno allontanato sempre più i cittadini dalle urne. Secondo uno studio pubblicato nel 2009 dall’Istituto rumeno per le politiche pubbliche, l’affluenza alle urne è passata dall’86,2% nel 1990 al 39,2% nel 2008. Uno scarto impressionante nell’esercizio della democrazia che lascia purtroppo aperti varchi pericolosi a possibili discorsi populisti.
Nel frattempo le manifestazioni andranno avanti e, anche se nulla si sa sulle intenzioni del Presidente Basescu, una nuova coscienza civile sta indubbiamente emergendo anche in Romania.
30 gennaio2012


INDIGNADOS ROMENI
Anche in Romania scendono i piazza gli “indignados”

Riprendiamo da Apiceuropa del 20 gennaio 2012 l'articolo di Adriana Longoni.
Anche in Romania scendono i piazza gli “indignados”
I movimenti di protesta che continuano a serpeggiare in tutta Europa contro le misure di austerità e le ricadute sociali generate da una profonda crisi finanziaria ed economica sono giunti, non senza una certa sorpresa, anche in Romania. La sorpresa viene dal fatto che non si erano più viste manifestazioni a Bucarest e nel resto del paese dalla caduta di Ceaucescu nel 1989, tanto da considerare la società rumena una società in rassegnata transizione verso l’economia di mercato e un po’ troppo affascinata dall’ingannevole sfavillio della società dei consumi dopo più di quarantacinque anni di comunismo.
La scintilla che ha fatto scattare le proteste risale al 9 gennaio scorso quando il Presidente rumeno Traian Basescu, qualifica di “nemico della riforma” il popolarissimo medico Raed Arafat, Sottosegretario di Stato alla Salute e fondatore del servizio nazionale di medicina d’urgenza. Uno scontro quindi sulla riforma del sistema sanitario che il Governo avrebbe voluto privatizzare e che aveva portato alle dimissioni, ora rientrate, del Dottor Arafat e al ritiro del progetto governativo. Ma questo episodio non spiega da solo le ragioni delle proteste, che, sebbene rallentate in questi ultimi giorni dal freddo polare che ha investito il paese, sono andate avanti con contenuti sempre più precisi e coinvolgendo tutte le categorie della popolazione, dagli anziani agli studenti, dai lavoratori ai disoccupati, dai semplici cittadini agli intellettuali, dagli insegnanti ai pensionati. Un segno forte del risveglio di una società che subisce fortemente le misure imposte dall’austerità e dal Fondo Monetario Internazionale e che, nel contempo chiede due cose: che Basescu se ne vada e permetta l’emergere di una nuova classe politica e che si metta fine ad una corruzione dilagante che tocca tutte le leve del potere e impedisce lo sviluppo economico del paese.
La Romania, in piena recessione, è infatti uno dei paesi dell’UE che soffre maggiormente per la crisi finanziaria ed economica. Nella primavera del 2010, dopo un accordo con il Fondo Monetario Internazionale e un prestito di 20 miliardi di Euro per sostenere l’economia, il Governo ha ridotto gli stipendi dei funzionari del 25%, le pensioni del 15%, ha portato l’IVA al 24% e ha ridotto drasticamente gli interventi sociali.
Ma oltre alle proteste per la difficile situazione economica e i sacrifici chiesti ad una popolazione di per sé non proprio abituata a confortevoli condizioni di vita, le manifestazioni hanno messo in evidenza anche striscioni che chiedevano più democrazia, più libertà di stampa, più coinvolgimento e dialogo con la popolazione e più rispetto per il Parlamento. Recentemente infatti il Governo si era impegnato su una serie di leggi, senza per altro farle approvare dal Parlamento, fra cui la revisione del Codice del lavoro, adottata nel febbraio scorso e una nuova legge elettorale, ora al vaglio della Corte costituzionale su richiesta dei partiti d’opposizione.
Tuttavia, i partiti d’opposizione stentano ad organizzarsi e a presentarsi come alternativa democratica all’attuale Governo. La sfiducia dei romeni e la percezione di una diffusa corruzione hanno allontanato sempre più i cittadini dalle urne. Secondo uno studio pubblicato nel 2009 dall’Istituto rumeno per le politiche pubbliche, l’affluenza alle urne è passata dall’86,2% nel 1990 al 39,2% nel 2008. Uno scarto impressionante nell’esercizio della democrazia che lascia purtroppo aperti varchi pericolosi a possibili discorsi populisti.
Nel frattempo le manifestazioni andranno avanti e, anche se nulla si sa sulle intenzioni del Presidente Basescu, una nuova coscienza civile sta indubbiamente emergendo anche in Romania.
30 gennaio2012


LAVORATORI BULGARI E ROMENI
Abolite le restrizioni del mercato del lavoro italiano per i lavoratori Romeni e Bulgari

Scritto da Apiceuropa il 5 gennaio 2012
Attraverso un comunicato stampa ufficiale, l’Ambasciata romena in Italia ha comunicato la cessazione delle restrizioni del mercato del lavoro italiano imposte ai lavoratori romeni, dal 31 dicembre 2011, a seguito di una nota ufficiale inviata dalle Autorità italiane il 29 dicembre 2011.
Il Ministero degli Esteri italiano, si apprende dal comunicato stampa, avrebbe inoltre informato il 29 dicembre 2011 il Direttore generale dell’UE, Mario Bova, della rinuncia dell’Italia al regime transitorio per i cittadini romeni. Le autorità italiane, si apprende sempre dal comunicato, hanno specificato come “il gesto italiano sia improntato verso il principio della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea e come sia un segnale politico concreto di amicizia con la Romania”.
Il regime transitorio della durata di un anno, necessario per poter liberalizzare completamente l’accesso al lavoro subordinato dei cittadini provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria, era stato istituito dal governo italiano a partire dal 1 gennaio 2007, quando i due Paesi erano entrati a far parte dell’UE.
Il predetto regime transitorio prevedeva un moratoria, con conseguente apertura immediata, nei seguenti settori:
- agricolo e turistico alberghiero;
- lavoro domestico e di assistenza alla persona;
- edilizio;
- metalmeccanico;
- dirigenziale e altamente qualificato;
- lavoro stagionale.
Per tutti i settori non citati nell’elenco, era necessario richiedere il nulla osta allo Sportello Unico per l’immigrazione per poter procedere all’assunzione di lavoratori romeni e bulgari.
A partire dal 1 gennaio 2012, e con l’abolizione della moratoria, i cittadini romeni e bulgari potranno essere assunti con qualsiasi contratto senza dover richiedere il preventivo Nulla Osta allo Sportello Unico per l’immigrazione: sarà dunque sufficiente effettuare le ordinarie comunicazioni ai Centri per l’impiego ed ai competenti Enti previdenziali e assistenziali.
La decisione presa dal governo italiano riflette inoltre le recenti posizioni delle Istituzioni europee, ultime la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla libertà di circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea, adottata il 15 dicembre 2011 e la Relazione della Commissione Europea del 11 novembre 2011 sul funzionamento disposizioni transitorie sulla libera circolazione dei lavoratori provenienti dalla Romania.
In questi documenti si auspica che la mobilità dei lavoratori all’interno dell’UE non sia interpretata come una minaccia per i mercati del lavoro negli Stati membri ma al contrario sia riconosciuto il ruolo importante che questi lavoratori svolgono per l’economia del Paese ospitante.
L’Ambasciata romena a Roma si compiace di questa decisione “prova dell’eccellente livello di cooperazione tra i 2 paesi negli ultimi tre anni” e ringrazia il governo italiano per il gesto di apertura nei confronti dei cittadini romeni in Italia, “soprattutto nel contesto delle sfide derivanti dalla crisi economica”.
8 gennaio 2012


KEEP RISING
Continua a salire secondo il Rapporto OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) il divario salariale fra ricchi e poveri

L’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha presentato il 5 dicembre scorso uno studio intitolato “Divided we stand: why inequality keeps rising” sul crescente divario salariale nei paesi OCSE.
Il rapporto sottolinea che il reddito medio del 10% delle persone più ricche è oggi nove volte superiore a quello del 10% delle persone più povere. Il divario di reddito è cresciuto anche in Paesi di tradizione egualitaria come la Germania, la Danimarca e la Svezia ed è passato da un rapporto di 5 a 1 negli anni ‘80 a un rapporto da 6 a 1 oggi. Il divario è da 10 a 1 in Italia, Giappone, Corea e Regno Unito e raggiunge livelli da 14 a 1 in Israele, Turchia e Stati Uniti.
Nel presentare il rapporto a Parigi, il Segretario Generale dell’OCSE ha detto «Il contratto sociale si sta disgregando in molti paesi. Lo studio rimette in discussione l’ipotesi che i benefici della crescita economica possano ricadere automaticamente sulla popolazione più svantaggiata (…). Senza una strategia coerente per una crescita inclusiva, le disuguaglianze non faranno altro che aumentare…»
La causa principale che spinge l’aumento del divario del reddito è stata la crescente disguaglianza nei salari fra le persone più qualificate e che hanno beneficiato maggiormente dei progressi tecnologici e le persone meno qualificate. Le riforme per rilanciare la competitività e rendere i mercati del lavoro più adeguati, ad esempio attraverso il lavoro temporaneo, il part-time o una maggiore flessibilità, hanno certamente aumentato la produttività e creato più occupazione, in particolare per le donne e per i lavoratori meno pagati, ma hanno anche esteso il divario salariale.
Le imposte sui redditi e i sussidi sociali hanno avuto un ruolo importante nella redistribuzione del reddito, ma sono diventati meno efficaci a partire dalla metà degli anni ‘90. Le ragioni principali sono la diminuzione dei sussidi in quasi tutti i paesi OCSE, l’adozione di regole più severe per contenere le spese di protezione sociale e un crescente squilibrio fra, da una parte, i trasferimenti di sussidi sociali verso le persone più svantaggiate e dall’altra la crescita dei redditi. Il risultato è che, negli ultimi 15 anni, il sistema dei sussidi sociali è diventato sempre meno efficace nel ridurre le disparità di reddito.
Un altro fattore importante è stata la riduzione dell’imposizione fiscale per i redditi più elevati.
Il rapporto indica infine alcune raccomandazioni politiche essenziali per i Paesi dell’OCSE:
•l’occupazione è il modo migliore per ridurre le disparità. E’ necessario creare posti di lavoro migliori, che offrano buone prospettive di carriera e la possibilità concreta di sfuggire alla povertà;
•é essenziale investire nelle risorse umane, fin dalla prima infanzia e per tutto il periodo dell’istruzione obbligatoria. Una volta realizzata la transizione dalla scuola al lavoro, occorre fornire incentivi sufficienti affinché tanto i lavoratori che i datori di lavoro investano nelle competenze lungo l’intero arco della vita lavorativa;
•la riforma delle politiche fiscali e previdenziali costituiscono lo strumento più diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Perdite ampie e persistenti di reddito per i gruppi a basso reddito in coincidenza con le fasi recessive evidenziano l’importanza del ruolo degli ammortizzatori sociali, dei trasferimenti pubblici e delle politiche di sostegno del reddito;
•la quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi;
•l’offerta di servizi pubblici gratuiti e di qualità elevata in ambiti quali l’istruzione, la sanità e l’assistenza familiare riveste un ruolo importante.
Il rapporto contiene inoltre alcuni note più specifiche per alcuni paesi.
Per quanto riguarda l’Italia, la nota sottolinea che la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni ‘90 e da allora è rimasta ad un livello elevato.
La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei paesi OCSE e si trova al terzo posto dopo Cile e Israele. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 Euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 Euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Novanta.
Le principali constatazioni dell’OCSE sull’Italia sono le seguenti:
•la proporzione dei redditi più elevati è aumentata di più di un terzo. L’1% più ricco degli italiani ha visto la proporzione del proprio reddito aumentare del 7% del reddito totale nel 1980 fino a quasi del 10% nel 2008. Allo stesso tempo, le aliquote marginali d’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010.
•L’aumento dei redditi da lavoro autonomo ha contribuito in maniera importante all’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro: la loro quota sul totale dei redditi è aumentata del 10% dalla metà degli anni Ottanta e i redditi da lavoro autonomo sembrano ancora predominare tra le persone con i redditi più alti, al contrario di molti altri Paesi OCSE.
•La redistribuzione attraverso i servizi pubblici è diminuita. Sanità, istruzione e servizi pubblici destinati alla salute contribuiscono a ridurre di circa un quinto la disuguaglianza di reddito. Gli stessi servizi contribuivano per circa un quarto nel 2000. La spesa sociale in Italia è basata prevalentemente su trasferimenti pubblici, come ad esempio i sussidi di disoccupazione, piuttosto che sui servizi.
•Imposte e sussidi compensavano metà dell’aumento della disuguaglianza del reddito da lavoro e da capitale (che include gli stipendi lordi, i risparmi e il reddito da capitale) prima della metà degli anni Novanta. Da allora hanno compensato quasi interamente l’aumento della disuguaglianza del reddito da lavoro e da capitale.
Fonte:Articolo scritto da Adriana Longoni il 13 Dicembre 2011 su apiceuropa.eu
14 dicembre 2011


FRANCIA
Voto extracomunitari alle comunali. Sì del Senato

Il Senato ha approvato giovedì 8 dicembre, con 173 voti a favore e 166 contrari, una proposta di legge della nuova maggioranza di sinistra che da’ il diritto di voto agli stranieri non comunitari alle elezioni comunali.
Forte la tensione fuori del palazzo, dove militanti di sinistra si sono contrapposti a quelli del Fronte nazionale, ma senza problemi vista la presenza di un consistente cordone di polizia che li divideva.
Fonte: immigrazione.aduc.it
12 dicembre 2011


ANNEGATI
U.E. – Immigrati. Quasi duemila annegati quest’anno nel Mediterraneo

Sono 1971 gli emigranti annegati quest’anno (a fine novembre) nel Mediterraneo mentre sulle carrette del mare cercavano di raggiungere le coste europee. Il 2011 è l’anno che detiene il triste record di naufraghi, il più tragico da quando è cominciato l’esodo dal Nord Africa”. Lo ha comunicato la senatrice socialista Tineke Strik, alla Commissione per l’Emigrazione del Consiglio d’Europa, riunita ieri a Parigi.
“Proprio nel momento in cui il Mediterraneo è più che mai controllato a causa della guerra civile in Libia, un numero senza precedenti di emigranti muoiono annegati o spariscono tra i flutti”, aggiunge la parlamentare olandese, che da qualche mese conduce una meticolosa inchiesta per conto dell’Assemblea di Strasburgo sui misteriosi naufragi”.
Poi, insinuando qualche accusa, la senatrice Strick aggiunge: “Sappiamo che qualsiasi natante, anche le navi da guerra, ha il dovere di effettuare operazioni di salvataggio, seppure si trovi al di fuori dei percorsi di perlustrazione. A questo punto sorgono spontanee alcune domande: Dove comincia la responsabilità giuridica e Dove finisce quella politica? Ecco le questioni che stiamo cercando di mettere in chiaro”.
Il rapporto della socialista olandese verte soprattutto sull’incidente del marzo scorso, nel quale perirono nel Mediterraneo 63 emigranti, in fuga dalla Libia, il cui SOS sembra fosse stato ignorato. “Le dichiarazioni dei sopravvissuti – si legge nel rapporto di Tineke Strik – sono coerenti tra loro.
Però, dobbiamo continuare a raccogliere dati e ulteriori informazioni per individuare le unità che erano presenti nella zona in quel momento. Aspettiamo ancora che la Nato e l’UE ci trasmettano le immagini riprese dal satellite e altre informazioni in loro possesso per stabilire come sia accaduta quella disgrazia”.
Fonte: immigrazione.aduc.it
5 dicembre 2011


VIA LIBERA
Il Parlamento europeo dice sì all'adesione della Croazia. L'entrata è prevista per il primo luglio 2013

Il Parlamento Europeo ha votato in favore dell'adesione della Croazia all'UE, come richiesto dai trattati. Tuttavia, ha invitato Zagabria ad affrontare le sfide restanti, in particolare nel campo della riforma giudiziaria e della lotta contro la corruzione e la criminalità' organizzata.
La proposta del Parlamento di consentire alla Croazia di entrare a far parte all'Unione europea e' stata approvata con 564 voti a favore, 38 contrari e 32 astensioni. Il prossimo passo sarà la firma del trattato di adesione da parte della Croazia e degli Stati membri dell'UE, l'8 dicembre, durante il Consiglio della prossima settimana, dopo di che il trattato dovrà essere ratificato da tutti i 27 Stati membri.
L'adesione all'UE della Croazia e' prevista per l'1 luglio 2013.
Nella relazione non vincolante che accompagna la proposta, redatta dall'eurodeputato austriaco Hannes Swoboda, i deputati accolgono favorevolmente la conclusione dei negoziati di adesione e invitano la Croazia a indire un referendum per l'entrata nell'UE.
Inoltre, chiedono di votare in favore del trattato di adesione, invitando gli Stati membri a completare rapidamente il processo di ratifica.
Infine, i deputati saranno lieti di ricevere osservatori croati al Parlamento.
Il documento evidenza che il processo di preadesione sarà monitorato dal Parlamento e invita la Commissione a tenerlo informato su come le autorità croate terranno fede agli impegni assunti in sede negoziale.
Fonte ASCA
1 dicembre 2011


SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO
Oggi 29 novembre l'Onu celebra la Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Alla vigilia della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese indetta dalle Nazioni Unite, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"Domani (oggi per chi legge ndr) l'Onu celebra la Giornata Internazionale di Solidarietà con il popolo palestinese e ci invita a riaccendere i riflettori su una insopportabile tragedia umana e politica che ogni giorno diventa più pericolosa per tutti.
E' come una molla che si sta continuando a caricare e che all'improvviso ci scaricherà addosso tutta l'energia distruttiva che ha accumulato.
Fingere di non vedere è da irresponsabili, perché il prezzo che ci verrà chiesto di pagare è più alto che mai. Nascondersi dietro alla crisi finanziaria non serve perché questo è il tempo in cui non ci viene concesso di affrontare una crisi alla volta.
La situazione è resa drammatica dal vuoto lasciato dai massimi responsabili della politica internazionale (Stati Uniti, Quartetto, Europa, Mondo arabo) che, dopo decenni di promesse ipocrite, hanno dismesso i panni dei negoziatori super partes e hanno perso ogni residua credibilità.
Sul campo restano solo le vittime dell'occupazione militare israeliana e le loro sofferenze quotidiane, i signori della guerra e del terrore, i trafficanti di armi e un gruppo sempre più soffocato di difensori dei diritti umani, operatori umanitari e pacifisti.
Di fronte a questa situazione inquietante, mentre la primavera araba, la guerra in Libia, le violente repressioni in Siria, Yemen e Bahrain stanno rivoluzionando una delle aree più esplosive del mondo, davanti al rischio crescente di una guerra contro l'Iran è necessario che i nuovi ministri degli esteri e della cooperazione e, più in generale, i responsabili della politica italiana assumano un'iniziativa urgente. E in loro assenza, nei limiti del possibile, si devono muovere i cittadini e le città.
Premere sulle istituzioni che hanno il dovere di intervenire, investire sull'informazione e la crescita della consapevolezza, sulla solidarietà e sulla cooperazione, sulla diplomazia dei popoli e delle città ci aiuterà a vivere da protagonisti il tempo difficile che ci è dato da vivere. In pace con giustizia."
Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace

P.S. 1. Domani a Firenze ne discutono gli Enti Locali italiani. Mercoledì e giovedì lo faranno gli Enti Locali europei, israeliani e palestinesi riuniti a Colonia in Germania. Nel silenzio impressionante dei governi qualcuno continua a provarci. Nello spirito di Giorgio La Pira.

P.S. 2. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 29 novembre come la Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese nella Risoluzione 32/40 B del 2 dicembre 1977. Il 29 novembre è stato scelto poiché in quel giorno del 1947 l'Assemblea Generale dell'Onu istituiva in Palestina uno "Stato ebraico" e uno "Stato arabo", assegnando alla città di Gerusalemme uno speciale status internazionale gestito dalle Nazioni Unite. Dei due Stati previsti nella Risoluzione 181 (II) del 1947, conosciuta come Partition Resolution, finora è stato creato solo Israele. Quello della Palestina attende ancora di essere riconosciuto. Chi vuole davvero la pace sa quello che deve fare.
29 novembre 2011

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