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DAL MONDO

FOSSE COMUNI
Traffico di clandestini in Messico. Scoperte dall’esercito nella cittadina di San Fernando due fosse comuni con 60 cadaveri. Erano i passeggeri di un bus sequestrato il 25 marzo

Due fossi comuni: all’interno dozzine di corpi. Tra i 50 e i 60 o forse di più. I resti sono stati scoperti dall’esercito nella cittadina di San Fernando, nello stato messicano di Tamaulipas. Secondo una prima ricostruzione i soldati hanno catturato un gruppo di uomini che aveva sequestrato il 25 marzo i passeggeri di un bus. Gli arrestati hanno confessato e fornito le informazioni per arrivare alle fosse. Per le autorità gli uccisi potrebbero essere degli migranti diretti negli Stati Uniti. Poco distante dalle fosse comuni sorgeva il ranch, dove nell’estate 2010, furono rinvenuti i cadaveri di 72 clandestini provenienti dal Sud America. Nella regione di Tamaulipas si danno battaglia i Los Zetas e gli ex alleati del cartello del Golfo. Uno scontro per controllare il corridoio che punta verso il Texas ma anche per il traffico dei clandestini. I Los Zetas avrebbero compiuto numerose stragi, compresa quella dei 72, per punire gli immigrati che si erano rivolti ai rivali per ottenere un «passaggio» verso gli Stati Uniti. Altre fonti hanno sostenuto che il massacro era stato provocato dal rifiuto dei clandestini di collaborare con i narcos. I cartelli, oltre a farsi pagare, costringono spesso i disperati a portare droga oltre confine o a collaborare in altre azioni criminose. Chi si rifiuta è assassinato in modo brutale. Poi fatto a pezzi. Oppure appeso ad un ponte.
11 aprile 2011


ENTRAMBE LE FAZIONI
Per l'Onu non ci sono dubbi sulla partecipazione di entrambe le fazioni in lotta nel massacro di civili a Duekoué

"Cento persone uccise da pro-Gbgagbo, 230 da sostenitori Ouattara". Sembrano esserci pochi dubbi sulla partecipazione di entrambe le fazioni in lotta nel massacro di civili a Duekoué, nell'ovest della Costa d'Avorio, Paese dove da settimane si scontrano le forze del presidente uscente, Laurent Gbagbo, e quelle del capo di Stato riconosciuto dalla comunità internazionale, Alassane Ouattara.
Lo ha confermato alla tv britannica "Channel 4" Ivan Simonovic, vicesegretario generale dell'Onu per i diritti umani, appena tornato da Duekoué, dove sono in corso le indagini. Lo si legge sulla diretta online del "Guardian".
"I fatti sono questi: in un primo massacro, le 100 vittime erano tutte di etnia Dioula, che tradizionalmente sostiene Ouattara; queste sono state trovate" quando sono andate via le forze pro-Gbagbo, ha detto il diplomatico. "In un secondo massacro, abbiamo trovato 230 cadaveri di persone di un'etnia che sostiene Gbagbo, uccise quando l'area era sotto il controllo delle truppe di Ouattara" ha concluso il vicesegretario generale.
6 aprile 2011


STRAGE
Costa Avorio, strage a Duekoué. Un migliaio fra morti e dispersi. Per gli Stati Uniti "Il presidente uscente deve ritirarsi immediatamente"

Un migliaio di persone morte o disperse nella località ivoriana di Duekoué, nell'ovest del Paese. Secondo la Caritas si è trattato di un "massacro avvenuto fra domenica e martedì".
La strage è avvenuta nel quartiere «Carrefour», controllato dalle forze del presidente Alassane Oauttara "nel corso di combattimenti avvenuti fra domenica 27 marzo e martedì 29 marzo" sempre secondo quanto riferito dalla Caritas che dichiara inoltre di "ignorare chi sia responsabile di questo massacro": Sempre la Caritas auspica che un'inchiesta possa accertare la verità, condanna gli attacchi contro i civili e sottolinea come la situazione sta peggiorando rapidamente".
3 aprile 2011


SANZIONI
Costa d'Avorio, Onu sanziona Gbagbo. Beni congelati a lui e alla moglie

Questa notte il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità una risoluzione che impone sanzioni mirate a Laurent Gbagbo, il presidente uscente della Costa d'Avorio che continua a rimanere al potere dopo le accuse di brogli elettorali e di violenze contro la popolazione. Il testo prevede il congelamento dei conti in banca e il divieto di viaggiare per Gbagbo, la moglie, il segretario generale del presidente e due suoi collaboratori.
31 marzo 2011


E' GUERRA
Si intensificano gli attacchi nel secondo giorno di guerra alla Libia

La parola è passata ormai alle armi, non solo nel confronto tra il popolo libico, almeno una sua parte e Muammar Gheddafi, il dittatore così amato fino a pochi giorni fa da tanti governi dell'occidente, ma nella guerra tra la coalizione internazionale, con vari distinguo, e le forze armate libiche fedeli al dittatore.
Tripoli è stata sotto le bombe fino all'alba, nel secondo giorno di «Odyssey Dawn», l'operazione militare in Libia della coalizione internazionale. Nella notte si sono susseguiti attacchi dal cielo e dal mare sulle coste del Paese nordafricano, colpito da una pioggia di missili per costringere Muammar Gheddafi al "cessate il fuoco", di fatto alla fuga. I bombardamenti compiuti nella notte contro gli obiettivi militari del Colonnello sono stati sospesi domenica mattina, sia a Tripoli che a Bengasi, roccaforte dei ribelli. I residenti, che sabato erano fuggiti dalla città a causa dell'attacco delle forze fedeli al Raìs, stanno lentamente ritornando a casa.
20 marzo 2011


MURO CONTRO MURO
Costa d'Avorio nel caos. Riprendiamo da Nigrizia del 4 marzo l'articolo di Elio Boscaini

La situazione è da guerra civile. Gli scontri non si fermano tra le forze dell’ex presidente e quelle di Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Centinaia i morti. L’inerzia della comunità internazionale. Il monito dell’Acnur: 200 mila gli sfollati ad Abidjan; oltre 70 mila gli ivoriani scappati in Liberia.
Giovedì 3 marzo, 6 donne sono rimaste uccise colpite da armi da fuoco (tiri di mitraglia), e molte altre ferite, nell'ormai famoso e popoloso quartiere a nord-ovest della città, Abobo, un feudo di Alassane Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale come il vincitore del ballottaggio del 28 novembre e a tutt'oggi rinchiuso a l'Hotel du Golf, protetto e alimentato dalle forze dell'Onu dell'operazione Onuci. Le donne manifestavano in favore di Ouattara.
L'Onu si sta seriamente preoccupando della situazione nel paese. Ormai i morti negli scontri tra le forze di polizia di Laurent Gagbo e i sostenitori di Ouattara si contano a centinaia. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è riunito a porte chiuse e un comunicato (scontato) è stato letto al termine dell'incontro presieduto dall'ambasciatore cinese Li Baodong, in cui ci si dice «profondamente preoccupati dal crescente numero di rifugiati e sfollati interni a causa delle violenze». Viene espressa inquietudine su una probabile ripresa della guerra civile.
Alle due parti in conflitto viene chiesto di dar prova di ritegno e di trovare una soluzione pacifica alla contesa. Vengono condannati le minacce, le restrizioni e gli atti di violenza commessi da parte delle forze di sicurezza di Ggagbo contro il personale dell'Onu e si condannano tutte le violenze contro i civili commesse da ambo le parti.
«Con il rapido deteriorarsi delle condizioni d'insicurezza, si riducono sempre di più i margini di manovra delle operazioni umanitarie ad Abidjan e in altre aree della Costa d'Avorio», il monito lanciato oggi dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur).
«Ad Abidjan - continua il comunicato - gli sfollati ora sono più di duecentomila, per la maggior parte persone fuggite dai combattimenti nell'area di Abobo. Molti sono stati ospitati da parenti o amici, ma molti altri ha trovato sistemazioni di fortuna ai margini della città. Chiese, ad esempio, o altri luoghi pubblici. E hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria».
Nella parte orientale della Liberia, dalle elezioni dello scorso novembre, l'Agenzia dell'Onu ha registrato 40mila rifugiati. A questi, dal 24 febbraio, si sono aggiunti 32.800 nuovi arrivi, che hanno posto notevole pressione sulle comunità locali e sulle autorità liberiane confinanti. Adesso, sia i rifugiati sia le comunità che li accolgono hanno bisogno di cibo, ma le difficoltà di accesso dovute alle condizioni delle strade continuano a rendere particolarmente arduo il trasporto di aiuti.
L'Onu (questo è il nostro parere) deve darsi i mezzi di intervenire non solo a difendere sé stessa, ma i civili! Parlare poi di "fallimento morale" di Gbagbo, come fa il portavoce del Dipartimento di stato americano, non risolve nulla. Una comunità internazionale incapace di far rispettare il risultato elettorale, lavora in favore di Gbagbo. Questo va detto, per non farsi illusioni.
Quanto al panel di 5 capi di stato incaricati dall'Unione africana di presentare proposte costringenti ai due contendenti, il rischio è di lasciar le cose marcire in favore di Gbagbo. Ancora un mese per una decisione è troppo! La violenza è esercitata soprattutto dagli uomini di Gbagbo: vanno fermati! Se poi, in terra d'Africa, non si rispetta più nemmeno la vita delle donne, il peggio è a portata di...mitra.
7 marzo 2011


BENGASI
Trascrizione dell'intervista telefonica a Anne Châtelain, coordinatore medico di MSF in Libia 02/03/2011

Riprendiamo dalla comunicazione di Medici Senza Frontiera:
ABengasi la situazione sembra normalizzata: la gente lavora, si muove e c’è cibo nei negozi. La sera le persone si riuniscono e suonano il clacson per mostrare la loro gioia.
L’équipe di MSF ha incontrato i responsabili dell’ospedale. Ciò che emerge è che gli ospedali di Bengasi hanno accolto 2000 pazienti circa. Ne sono stati curati quasi 2000 all’interno delle strutture ospedaliere e altri sono stati trattati fuori. Quindi in definitiva, non possiamo quantificare con esattezza il numero delle vittime, ma ci sono stati almeno 2000 feriti negli scontri.
L’équipe è arrivata a Bengasi da 4 giorni. Abbiamo potuto incontrare il comitato medico che coordina le attività sanitarie nella zona. Abbiamo visitato gli ospedali.
Di fatto, i medici libici si sono presi in carico tutti i pazienti durante la crisi. Hanno fornito prestazioni di pronto soccorso e interventi. Non bisogna dimenticare che gli ospedali libici sono ben equipaggiati e che i chirurghi sono molto competenti.
A MSF è stato chiesto un supporto in termini di donazione di medicinali. Prima della crisi, si erano già registrate delle carenze di analgesici. Dopo la fase più caotica, vi sono state carenze di medicinali, compresi analgesici e antibiotici.
MSF ha potuto donare l’equivalente di 10 tonnellate di medicinali alla farmacia centrale di Bengasi che saranno riassegnati agli ospedali in base alle esigenze specifiche di ciascuna struttura. Si tratta di farmaci, come antibiotici, ma anche di fissatori esterni e materiali per la chirurgia ortopedica.
2 marzo 2011


ANCHE LA NOSTRA
Questa “rivoluzione” è anche la nostra! L'appello delle associazioni

Questa “rivoluzione” è anche la nostra!
Invitiamo tutti i cittadini ad esporre la bandiera della pace al balcone di casa in segno di solidarietà con i giovani e i popoli in lotta per la dignità, i diritti umani, la libertà, la democrazia e lo stato di diritto nel mondo arabo.
“E’ indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione,…”
(Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)
“Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale”
(Dichiarazione Onu Difensori dei Diritti Umani)
Ora basta. Basta con il silenzio e le connivenze. Basta con il cinismo, con la stupidità, la miopia, l’indifferenza.
L’Italia deve intervenire, senza ulteriori esitazioni, per fermare la brutale repressione delle manifestazioni in Libia e negli altri paesi del nord Africa e del Golfo. Allo stesso tempo l’Italia deve agire in seno all’Europa, al sistema delle Nazioni Unite e alle altre istituzioni internazionali democratiche all’insegna della ferma difesa dei diritti umani, del dovere di proteggere, di assistere e di accogliere le vittime della repressione. Le norme giuridiche non devono essere soltanto scritte ma effettivamente applicate.
Basta con i proclami ansiogeni da “stato di emergenza”. Basta con la diffusione di paure, paranoie, allarmi e minacce. Basta con il pessimismo e il catastrofismo politico.
Questa “rivoluzione” è anche la nostra. Prima di tutto perché è pacifica e perché crediamo nella globalizzazione dei diritti umani, della libertà e della democrazia. E ogni colpo assestato a regimi e dittature è un passo nella giusta direzione. Secondo perché noi (noi italiani ed europei) abbiamo tutto da guadagnare dal successo di queste storiche rivolte. Lo sviluppo civile, politico e sociale della sponda sud del Mediterraneo rappresenta una formidabile risorsa anche per lo sviluppo del nostro paese. Un’opportunità unica, storica, che non possiamo permetterci di sprecare.
Per questo noi non dobbiamo invocare stabilità, ma cambiamento. Per questo, senza ulteriori indugi, dobbiamo essere concretamente al fianco di chi sta rischiando la vita per la libertà, la giustizia e la democrazia contro ogni forma di repressione.
Per questo l’Italia e l’Europa devono avere il coraggio di rompere con un passato fatto di sfruttamento, traffici leciti e illeciti, complicità con re, monarchi e dittatori, ingiustizie, violazioni dei diritti umani e silenzi interessati. Ostinarsi a fare come si è fatto sinora non è solo ingiusto ma anche impraticabile, miope e fallimentare. Un grande errore strategico.
L’Italia e l’Europa devono avere il coraggio di guardare al futuro e mobilitare ogni risorsa disponibile a sostegno dei cambiamenti in corso. Oltre alla propaganda isterica sulla “minaccia islamica" e sull’"Occidente satanico", oltre alla teoria dello scontro di civiltà, oltre alla vecchia logica delle armi e del muro contro muro, noi sappiamo che un altro futuro è possibile. L’Italia e l’Europa devono dare avvio immediato ad un radicale ripensamento delle relazioni con i paesi del Nord Africa e in particolare con quelli in via di democratizzazione. E devono investire, con creatività e determinazione, per fare del Mediterraneo un vero mare della pace, della solidarietà, dell’incontro fertile tra persone e culture diverse, del dialogo tra le grandi religioni, della sicurezza comune e dello sviluppo umano per tutti.
Il nostro destino non sarà diverso da quello dei popoli del Mediterraneo. O ci impegniamo a progettare insieme delle condizioni di vita migliori per tutti o non ci sarà pace per nessuno.
Spetta a noi di investire sulla costruzione di un Mediterraneo che può diventare il cuore “dell’edificazione della storia nuova del mondo”(Giorgio La Pira).
Invitiamo tutti i cittadini, i gruppi, le associazioni, gli enti locali, le organizzazioni laiche e religiose, solidali con i giovani e i popoli in lotta per la dignità, i diritti umani, la libertà, la democrazia e lo stato di diritto nel mondo arabo, preoccupati per la dura repressione che stanno subendo e indignati per l’inazione del governo italiano, favorevoli ad un più coerente impegno per la pace e i diritti umani, ad esporre da subito la bandiera della pace ai balconi delle case.
Chiediamo insieme:
1. una chiara e forte condanna di tutte le forme di repressione contro le manifestazioni pacifiche in corso;
2. l’immediato invio di osservatori internazionali (International Human Rights Monitors) e delle agenzie umanitarie nei paesi interessati dalle rivendicazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte del Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea;
3. il riconoscimento dei bisogni umanitari e del diritto all’accoglienza di tutti coloro che fuggono dalle violenze, dalle minacce e dalle altre violazioni dei diritti umani in atto nel mediterraneo;
4. il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma dicooperazione militare con tutti i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente;
5. l’adozione tempestiva delle necessarie misure di assistenza umanitaria alle popolazioni sottoposte a deprivazioni dei diritti non soltanto civili e politici ma anche economici e sociali;
6. l’apertura di una inchiesta internazionale dell’Onu tesa a individuare, processare e punire i responsabili delle uccisioni e delle violenze contro i civili;
7. l’immediata convocazione dell’Assemblea Parlamentare Euromediterranea;
8. l’immediata definizione di un piano nazionale ed europeo di promozione della cooperazione e del dialogo tra la società civile, le organizzazioni e le culture, delle due sponde del Mediterraneo.
Facciamo appello alle organizzazioni e ai movimenti di società civile europea affinché attivino tutti le iniziative di solidarietà e di pressione sui governi europei perché finalmente si realizzi una autentica “Comunità del Mediterraneo per la sicurezza e lo sviluppo umano”.
Facciamo appello agli enti locali e alle Regioni perché, sull’esempio di Giorgio La Pira, diano vita ad una nuova stagione di diplomazia delle città basata sull’incontro, il dialogo, lo scambio e la cooperazione tra i popoli dell’Europa e del Mediterraneo.
Tavola della pace, Acli, Agesci, Arci, Cgil, Cisl, Articolo 21, Libera–Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Cipsi, Cnca, Udu-Unione degli Universitari, Emmaus Italia, Pax Christi, Volontari nel Mondo-Focsiv, Associazione per la pace, Legambiente, Beati i Costruttori di pace, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli, Movimento Federalista Europeo, Flare, Terra del fuoco, Forum Trentino per la pace, Reds-
Rete degli Studenti Medi (prime adesioni).
Le adesioni vanno inviate alla Tavola della Pace, via della viola 1 (06122) Perugia
Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337 email segreteria@perlapace.ii -www.perlapace.it
Perugia, 24 febbraio 2011
24 febbraio 2011


ACCOGLIENZA
L'Onu all'Italia: accogliete i rifugiati. Bossi risponde: se arrivano li mandiamo in Francia e Germania.

Il possibile flusso di profughi dalla Libia spaventa l'Europa, e in particolare l'Italia, ma l'Onu lancia un appello affinché non si respingano le persone in fuga dagli scontri.
E' chiara Melissa Fleming, la portavoce dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) dell'Acnur parlando dalla sua sede a Ginevra: "l'Italia è tra i paesi che più probabilmente riceveranno un afflusso di persone in fuga dalla Libia", cittadini libici e profughi di altre nazioni. e l'invitiamo per favore "a non respingerli". "E' il momento di mostrare spirito umanitario e generosità verso gente che ha subito un forte trauma".
Sprezzante la risposta di Umberto Bossi: "intanto non sono arrivati e speriamo che non arrivino. Se arrivano li mandiamo in Francia e Germania...".
22 febbraio 2011


NUOVI OLANDESI
L'identikit dei giovani di seconda immigrazione in Olanda

Più giovani, più inclini a completare gli studi e ad assorbire modi di vita europei. E’ questo l’identikit degli immigrati di seconda generazione residenti in Olanda, presentato il 12 gennaio dall’Ufficio Statistico Nazionale. Una testimonianza preziosissima considerato che nelle principali città del paese, Amsterdam e Rotterdam in testa, sono stranieri circa la metà dei bambini che nascono ogni anno e 1/ 4 del totale delle famiglie: di cui 475mila risultano essere monoparentale. Uno scenario dal quale emergono due importanti  novità: diminuiscono anzitutto i matrimoni con partner residenti nel paese di provenienza, malgrado tra le quattro comunità etniche più numerose in Olanda (marocchini, turchi, surinamesi e immigrati delle Antille) le nozze miste siano ancora un fenomeno poco diffuso. D’altro lato, i giovani non comunitari stanno inoltre cominciando a colmare il gap con gli olandesi per quel che riguarda l’istruzione. Addirittura, la percentuale di donne straniere iscritte all’università nel 2009 ha eguagliato quella delle native. Nonostante ciò, purtroppo, le difficoltà restano numerose specialmente nel campo occupazionale. Al netto di un palpabile miglioramento rispetto a dieci anni fa, salari più bassi, un indice di disoccupazione più alto o contratti precari costituiscono gli ingredienti amari di una integrazione ancora da completarsi.
15 febbraio 2011

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