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IL PUNTO
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GLI SBARCHI
Già 15.000 gli sbarchi. 50.000 i profughi che le regioni accettano di accogliere. I loro diritti
Ad oggi, 22 marzo, sono quindicimila i profughi del Nord Africa arrivati a Lampedusa dove ormai superano in numero gli isolani. Mentre la San Marco della Marina militare si appresta a trasferirne una parte in altre zone d'Italia e il ministro Maroni ottiene l'impegno dalle regioni per accogliere eventuali 50.000 futuri arrivi, infuria la polemica politica. Per noi le cose sono abbastanza chiare: è vero che la provenienza (Tunisia) e la composizione (praticamente solo giovani maschi) degli attuali profughi testimoniano più un'immigrazione alla ricerca di lavoro che la fuga di esuli politici da un paese che li perseguita o di popolazioni dalle crudezze della guerra. E' altrettanto vero che questa possibilità/voglia di spostarsi, di crearsi un futuro è una conseguenza diretta di quella esplosione democratica di giovani e popolo che tanto ha colpito favorevolmente le opinioni pubbliche occidentali. I profughi di Lampedusa non sono dunque “clandestini” da espellere appena passata l'emergenza come vorrebbe qualcuno, ma protagonisti di un grande rivolgimento politico e sociale che come tale va riconosciuto. Se dunque mal si adatta loro la figura dell'esule politico come prevista dalla nostra Costituzione è altrettanto vero che ci sono altre forme di accoglienza umanitaria che la legge prevede che possono tranquillamente adattarsi alla loro situazione. Sullo sfondo contro gli allarmismi interessati le statistiche dello stesso Governo di cui parliamo nell'editoriale che testimoniano per gli anni a venire la necessità per l'economia italiana di un numero crescente di lavoratori immigrati. Che l'Europa debba collaborare con l'Italia nella gestione dell'emergenza e in generale nel rapporto con l'immigrazione dall'Africa va da sé e non deve essere certo la Lega scoprirlo, magari anche con una cooperazione seria nei paesi di origine e non con la consueta politica di rapina. Su una cosa ci deve essere chiarezza: qualunque forma di contrasto e di controllo in mare di eventuali possibili arrivi dal Nord Africa in ragione prevalentemente degli esiti della guerra in Libia non può essere indifferenziata e deve comunque permettere ai profughi di far valere le loro ragioni per un eventuale asilo politico.
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DOPPIAMENTE DISCRIMINATE
“Lei è solo straniera, siamo noi a farne un’estranea” è lo slogan della campagna presentata in occasione della Settimana di azione contro il razzismo.
Due donne, una dalla pelle chiara e di mezza età, l’altra giovane dalla pelle scura, entrambe hanno il volto costellato dalla scritta di comando: “non discutere, lavora, non ti lamentare”, che parlano di dominio, di assoggettamento, pregiudizio. È l’immagine della campagna Lei è solo straniera, siamo noi a farne un’estranea promossa dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) e che è stata presentata martedì 15 marzo nel corso della Conferenza internazionale sulle reti integrate per la prevenzione e la rimozione delle discriminazioni, appuntamento della Settimana d’azione contro il razzismo. “La componente femminile della popolazione immigrata soffre di una doppia discriminazione: oltre che straniere, donne. È una forma congiunta di discriminazione e marginalità cui sono esposte”, ha dichiarato Massimiliano Monnanni, direttore dell’Unar, presentando l’iniziativa che verrà diffusa con affissioni e inserzioni pubblicitarie. Ad allarmare, secondo Monnanni, è che “tra le donne è molto frequente (nel 23% dei casi) l’aggravante delle molestie”. Obiettivo della campagna – finanziata dal Ministero dell’interno e dal Fondo europeo per l’integrazione dei cittadini dei Paesi terzi – è promuovere la conoscenza e il confronto tra donne straniere e italiane. fonte immigrazioneOggi 20 marzo 2011
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BOSSI-FINI
Per l’Unione delle Camere penali la Bossi-Fini è ormai una legge inapplicabile
La Bossi-Fini nella parte riguardanti l’espulsione degli immigrati clandestini è "carta straccia", non più applicabile perché in contrasto con la normativa europea”. È la denuncia dell’Unione delle Camere penali (Ucpi) -l'associazione degli avvocati penalisti italiani- che sottolinea la natura di self executing della direttiva 2008/115/Ce sul rimpatrio di cittadini extracomunitari irregolari, essendo scaduto il 24 dicembre 2010 il termine di recepimento in Italia.“In ragione dell’acquisita diretta applicabilità, le norme contenute nella direttiva – si legge in un documento messo a punto dall’Osservatorio Europa dell’Ucpi – si impongono nell’ordinamento interno prevalendo sulle disposizioni di diritto nazionale (ivi comprese quelle incriminatrici) che regolano la medesima materia. Ciò significa che, in caso di contrasto tra una norma di diritto interno e una disposizione contenuta in una direttiva direttamente applicabile, le disposizioni nazionali devono essere disapplicate. Poiché, del resto, in tal senso pare essersi orientata parte della giurisprudenza”. Per l’Ucpi, la direttiva Ue impone un sistema opposto a quello della normativa nazionale puntando sui diritti fondamentali dell’individuo e sulla libertà personale e “delineando una scansione procedimentale imperniata sull’invito alla partenza volontaria del migrante e nella quale le misure coercitive sono chiaramente relegate a extrema ratio”. Fonte: www.immigrazioneoggi.it 3 marzo 2011
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LAVORO
Il Ministero del lavoro da i numeri dei lavoratori migranti che saranno necessari all'Italia nei prossimi anni
100 mila nuovi lavoratori stranieri all’anno fino al 2015. Tra 5 anni il fabbisogno salirà a 260 mila nuovi ingressi per la diminuzione della popolazione italiana. 100 mila lavoratori stranieri l’anno nel periodo 2011-2015. È questo il fabbisogno stimato per il prossimo quinquennio dal ministro del Lavoro Sacconi, reso noto durante la presentazione del rapporto “L’immigrazione per lavoro in Italia”. Una “stasi” l’ha definita il Ministro che, per la prima volta dopo vent’anni colpisce l’Italia a fronte di numeri 6-7 volte inferiori ai primi anni 2000. Secondo le stesse stime, nel periodo 2016-2020, il fabbisogno annuale dovrebbe attestarsi sui 260 mila lavoratori stranieri. Il documento prende in esame tre ipotesi di fabbisogno. Nello scenario minimo, si ritiene che “non ci sarà necessità di ulteriore manodopera almeno per i prossimi dieci anni”. Ma la stima più attendibile è quella centrale. Il modello proposto dal rapporto prevede la stima indipendente di domanda e offerta di lavoro e il loro incrocio determina l’eventuale fabbisogno. Dal lato dell’offerta si prevede tra il 2010 e il 2020 una diminuzione della popolazione in età attiva tra il 5,5% e il 7,9%: dai 24.970.000 del 2010 si scenderebbe ad un valore compreso tra i 23.593.000 e i 23 milioni circa del 2020. Dal lato della domanda, gli occupati crescerebbero in dieci anni ad un tasso compreso tra lo 0,2% e lo 0,9% arrivando nel 2020 a quota 23.257.000 nel primo caso e a 24.902.000 nel secondo. Articolo e foto ripresi da MigrantiTorino 25 febbraio 2011
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PROFUGHI
Emergenza umanitaria decretata dal Governo per i tunisini ed egiziani di Lampedusa. Bene, ma.....
Ieri "clandestini", oggi "profughi". Questo il titolo dell'articolo di Fulvio Scaglione che appare su FamigliaCristiana.it e che riproponiamo per intero ai nostri lettori: Il Governo ha decretato l'emergenza umanitaria. Una saggia decisione che però fa a pugni con la politica dei respingimenti. Eritrei e somali meritano meno degli egiziani e dei tunisini? E così, una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri ha prodotto la decisione di decretare lo "stato di emergenza umanitaria". Già ieri, peraltro, Roberto Maroni, ministro degli Interni, aveva parlato di una "vera e propria crisi umanitaria": quella che ha già fatto sbarcare sulle nostre coste, sull'isola di Lampedusa e altrove, migliaia di profughi tunisini ed egiziani.
Una decisione saggia, presa in tempi molto brevi. Non possiamo che congratularci con il Governo. Peccato, però, che lo "stato di emergenza umanitaria" giustamente applicato a questa ondata di barconi porti a chiedersi che cos'erano gli altri, quelli che arrivavano PRIMA e ai quali veniva invece riservato il trattamento noto come "respingimento", con relativa consegna nelle mano degli sgherri del colonnello Gheddafi. Questi sono profughi e quelli erano gitanti della domenica?
Sui barconi arrivavano quelli, ed erano chiamati "immigrati clandestini". Sui barconi arrivano questi e son chiamati "profughi". Certo, il Maghreb vive una situazione difficile. In Tunisia un tiranno è stato cacciato, in Egitto anche, e la transizione verso regimi più democratici, se mai ci sarà, si prospetta lunga e difficile. Ma i "profughi", pardon "immigrati clandestini" che cercavano di sbarcare sulle nostre coste PRIMA, non si lasciavano alle spalle situazioni più facili.
Sui barconi di PRIMA viaggiavano migliaia di persone fuggite dalla Somalia, dal Sudan, dall'Eritrea, dall'Etiopia. Vogliamo fare qualche confronto? In Egitto ci sono stati 18 giorni di proteste di piazza, in Sudan una trentina di anni di guerra. In Tunisia il Prodotto interno lordo per persona (ovvero, la quota per individuo della ricchezza nazionale) è pari a 9.500 dollari, in Somalia (dove peraltro comandano le Corti islamiche, una versione africana dei talebani, dopo vent'anni di guerra civile) è di 600 dollari (forse, perché la disgregazione del Paese è tale da rendere ipotetica qualunque statistica). Il che significa vivere con 1,5 euro al giorno.
E ancora. L'Eritrea, oggi, è quasi la riedizione africana del regime imposto a suo tempo da Pol Pot alla Cambogia. Gulag, prigionieri politici, repressione del dissenso e della libertà di stampa, galere, torture, servizio di leva obbligatorio e senza termine, e di tanto in tanto una guerra. Tutto questo non ha impedito a migliaia di eritrei di essere trattati da "clandestini" e non da profughi di un'emergenza umanitaria, e quindi di essere consegnati al buon Gheddafi. Come successe per esempio ai 75 eritrei (tra i quali 9 donne e 3 bambini) che nel luglio 2009, intercettati nel Mediterraneo da una nostra imbarcazione militare, furono rimorchiati nel porto di Tripoli (Libia) nonostante che avessero documenti dell'Unhcr (l'Agenzia dell'Onu per i profughi e i rifugiati) che attestavano la loro condizione di profughi, desiderosi di chiedere asilo politico. Alla Corte europea di Giustizia, tra l'altro, pende ancora la causa che 24 eritrei e somali hanno intentato all'Italia proprio perché a suo tempo "respinti" verso la Libia.
Insomma, ci piacerebbe capire che cos'è (e che cosa non è) un'emergenza umanitaria secondo i criteri interpretativi del nostro Governo. Giusto per saperci regolare in futuro. E già che ci siamo: ma se questa è un'emergenza, perché è stato tenuto rigorosamente chiuso il Centro di accoglienza di Lampedusa, mentre centinaia di persone (questa volta non "clandestini" ma "profughi", come dice il governo stesso) passavano le notti all'addiaccio? Una ragione ci sarà. O è solo una questione di orgoglio leghista? 15 febbraio 2011
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ROM, SINTI E CAMINANTI
Sintesi del rapporto conclusivo dell’indagine della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia
Rom, Sinti e Caminanti in Italia. La conclusione dell'indagine della Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato permette di formulare alcune considerazioni e di avanzare alcune proposte e ipotesi di lavoro da sottoporre al dibattito politico e istituzionale. Come è stato più volte ripetuto l‟obbiettivo del lavoro non era e non è quello di sciogliere le diverse posizioni politiche presenti su questo difficile argomento ma piuttosto di offrire alla discussione parlamentare una base di conoscenza condivisa che renda possibile un confronto più costruttivo. Naturalmente la scelta di conoscere, in questo caso più che in altri, è di per sé una scelta politica. E non solo perché si tratta di rompere un circolo vizioso, una spirale nella quale ignoranza e pregiudizio si alimentano reciprocamente, ma perché la conoscenza porta alla luce degli spaccati sociali e delle condizioni di vita così drammatiche che possono essere tollerate solo se si decide di non guardarle, se si gira la testa dall'altra parte quando si incontra un bambino mendicante o si passa davanti a uno dei campi che costeggiano le periferie di tante nostre città. In allegato la sintesi del rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia. 11 febbraio 2011
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sintesi_rapporto_conclusivo_rom_sinti_e_caminanti.pdf
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CI RISIAMO
Roma: incendio in campo rom, quattro bambini morti
Quattro fratellini tra i 4 e i 11 anni sono morti in un incendio che ha distrutto una baracca in un mini accampamento abusivo di 13 persone. E' successo alle 20,30 di ieri, domenica 6 febbraio, in un insediamento sulla via Appia Nuova a Roma. I bambini deceduti nel rogo sono tre maschi (di 4, 5 e 11 anni, Raul, Fernando e Sabatino) e Patrizia di 8 anni, di nazionalità romena. La colpa del tragedia è stata subito addebitata dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno agli accampamenti abusivi. "Non si specula sui morti. Questa è una tragedia veramente orribile: è la tragedia di questi maledetti accampamenti abusivi" ha detto l'esponente politico. E' vero; è altrettanto vero che la politica finora seguita dalla sua amministrazione, e da quasi tutte le altre, è stata di sbaraccare i campi rom, ma non certo per aiutarli a vivere meglio e dunque ad esempio non farli rimanere ripetutamente vittime di queste tragedie. Abbiamo assistito invece ad una politica dell'immagine della tolleranza zero che distrutti, quando c'è riuscita, i campi abusivi, lasciava i rom al loro destino rendendoli irrangiungibili a coloro che, Chiesa e volontari di varia ispirazione, di loro si occupano e preoccupano realmente. 7febbraio 2011
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MOSCHEE
Sermoni in italiano, rispetto delle norme urbanistiche, gestione trasparente delle offerte e luoghi di culto aperti a tutti: ecco le “buone prassi” dell’Islam italiano
Riportiamo l'articolo di fonte www.immigrazioneoggi.it sulle caratteristiche che dovrebbero avere le moschee in Italia secondo il parere del Comitato per l’Islam italiano riunito al Viminale. In allegato il documento. Il Comitato per l’Islam italiano riunito al Viminale ha stilato un documento con le linee guida per la costruzione e la gestione dei luoghi di culto. Sermoni “preferibilmente” in italiano, moschee e luoghi di culto da costruire secondo le regole ed in zone “compatibili con la destinazione d’uso” per evitare tensioni sociali, elemosina rituale – la ‘zagat’ – trasparente. Sono alcune delle linee guida contenute in un parere predisposto dal Comitato per l’Islam italiano nel corso della riunione tenuta ieri al Viminale, cui hanno partecipato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni ed il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il parere punta ad incoraggiare l’emersione dei tanti luoghi di culto islamici sorti in posti formalmente destinati ad ospitare attività culturali, ricreative, sportive o commerciali. Il documento contiene una ricerca di Stefano Allievi, docente dell’Università di Padova, che censisce in Italia 764 luoghi di culto per i musulmani, in gran parte magazzini e scantinati adibiti alla preghiera e tre moschee vere e proprie, costruite cioè con cupole e minareto, che si trovano a Roma, Catania e Milano. Il Comitato ritiene importante una regolamentazione perché, mentre l’esercizio del culto in luoghi privati può essere declinato con ampi margini di discrezionalità, “l’esercizio del culto in luoghi pubblici o aperti al pubblico può richiedere una chiara volontà di seguire non solo gli ordinari standard di legalità, a tutti richiesti, ma anche una maggior disponibilità volta ad assicurare piena trasparenza e volontà di fattiva integrazione nel contesto di insediamento”. Per questo, pur in assenza di una normativa specifica, alcune comunità islamiche hanno provveduto a stilare le linee guida per una disciplina dei luoghi di culto della confessione islamica. In particolare, si legge nel documento, la Comunità Religiosa Islamica (CO.RE.IS.) e il Centro Islamico Culturale d’Italia (C.I.C.I.) hanno inteso stendere un codice di “buone pratiche” che garantisca uno statuto giuridico riconosciuto alle istituzioni religiose islamiche, ispirato “alla trasparenza nella gestione dei fondi destinati all’edificazione della moschea o comunque raccolti da fedeli e donatori, evitando categoricamente collusioni con associazioni o realtà di natura ideologica o settaria e cioè i princìpi delle quali siano contrari a quelli dell’ordinamento giuridico nazionale”. Secondo il Comitato quindi, è importante attenersi ad un iter che riflette e integra le linee di quella elaborazione, con l’avvertenza che “si tratta di un incoraggiamento all’emersione della realtà sommersa, all’interno di un’opera di persuasione, non di repressione o schedatura, che induca a cessare la pratica di mascherare luoghi di culto dietro attività culturali, ricreative, sportive o commerciali”. L’elemosina (zakat) Per questo, gli esperti suggeriscono che “il pagamento della elemosina rituale, zakat, terzo pilastro dell’Islam, che può essere costituita da denaro o da beni, avvenga nel rispetto della libertà e riservatezza di ciascun fedele”. Si invitano inoltre le comunità islamiche ad istituire un consiglio di amministrazione per gestire le donazioni secondo criteri di trasparenza e in conformità con la normativa fiscale e civilistica in materia, con regolare contabilità. Integrazione Nel documento sono inoltre evidenziati alcuni punti per favorire l’integrazione. Tra essi, si stabilisce che nel luogo di culto e nelle attività ad esso connesse, non sono consentite attività di propaganda politica e ideologica. Né dovranno essere consentite attività di commercio, ristorazione o altro, laddove non rispettino le normative vigenti nelle relative materie. I requisiti tecnico giuridici Quanto ai requisiti tecnico-giuridici, i luoghi di culto islamici, “relativamente alle procedure edilizie e urbanistiche, alle norme di sicurezza e di gestione, e dell’ordine pubblico, dovranno fare riferimento esclusivo alla normativa nazionale e locale vigente”. La comunità islamica – si legge nel testo – deve individuare l’area per l’edificazione del luogo di culto, con le idonee caratteristiche urbanistiche, e presentare il progetto all’Ufficio tecnico del Comune che lo esamina e ha facoltà di proporre soluzioni alternative. La comunità islamica inoltre si fa carico di acquistare l’area per l’edificio da adibire a luogo di culto, che dovrà corrispondere a criteri di estetica e decoro, anche in relazione all’entità del bacino d’utenza e deve essere conforme alle vigenti norme urbanistico edilizie nonché a quelle in materia di igiene, sanità, sicurezza e ordine pubblico. Luoghi aperti a tutti Nel luogo di culto, che si auspica aperto a tutti coloro che vogliano pacificamente accostarsi alle pratiche cultuali o alle attività in essa svolte, le medesime linee-guida auspicano dunque che si consenta la pratica del culto a tutti i fedeli di religione islamica, uomini e donne, di qualsiasi scuola giuridica, derivazione sunnita o sciita, o nazionalità essi siano. Il consiglio: sermoni in italiano All’interno del luogo di culto, inoltre si consiglia che i sermoni siano pronunciati in lingua italiana, laddove la recitazione coranica della preghiera rituale deve essere tenuta in lingua araba. I nodi irrisolti Il Comitato anticipa inoltre quali saranno i lavori che lo vedranno impegnato nei prossimi mesi e su cui verranno stilati altri pareri: i servizi d’istruzione religiosa e di consulenza giuridica offerti dalla comunità islamica, i matrimoni celebrati all’interno di strutture religiose e la disciplina per le guide religiose. 2 febbraio 2011
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Luoghi_di_culto_islamici_Parere_del_Comitato_per_lxIslam_Italiano.pdf
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ASILO POLITICO
Torino, 22 gennaio. il Coordinamento “Non Solo Asilo” promuove una campagna per la residenza ai rifugiati e richiedenti asilo. L'Ufficio Pastorale Migranti
Riprendiamo da: www.immigrazioneoggi.it Una petizione al Comune per “modificare la regolamentazione vigente” ed “eliminare gli impedimenti”. Una campagna per la residenza per rifugiati politici e titolari di protezione internazionale è l’iniziativa presentata sabato scorso a Torino e promossa dal Coordinamento “Non Solo Asilo”. “Fra i vari diritti garantiti a rifugiati politici e titolari di protezione internazionale dalla normativa nazionale – si legge nella petizione – vi è il rilascio della residenza in un Comune del territorio, per consentire (anche dal punto di vista burocratico) l’inserimento sociale del rifugiato e facilitare il suo percorso verso l’autonomia”. I promotori della campagna sottolineano come in numerosi Comuni del Piemonte, il rilascio della residenza risulta essere “particolarmente difficoltosa per i rifugiati e titolari di protezione internazionale, laddove essi non possano presentare un domicilio stabile e individuabile”. Dal momento che “il sistema di protezione nazionale è gravemente carente rispetto alle esigenze dei rifugiati e il loro inserimento nel tessuto sociale italiano, molti rifugiati devono, loro malgrado, cercare soluzioni alternative di sopravvivenza che molto spesso sfociano nella condizione di senza dimora”. I firmatari della petizione chiedono al Comune “di modificare la regolamentazione vigente nella nostra città in tema di rilascio della residenza in modo da eliminare tutti gli impedimenti che oggi consentono alla città di negare ai rifugiati politici e titolari di protezione internazionale l’ottenimento di questo fondamentale diritto”. In occasione del lancio della campagna è stato presentato il volume La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani di Luca Rastello (ed. Laterza), una ricerca realizzata con il contributo dell’Ufficio Migrantes della diocesi piemontese. Per info: http://www.nonsoloasilo.org/ mail per contatti rifugiati@nonsoloasilo.org
L'Ufficio Pastorale Migranti ha da qualche mese avviato "Il Punto di Domande" un nuovo servizio per richiedenti asilo politico. Si tratta di un centro che aiuta i richiedenti asilo ad elaborare la propria storia personale prima del colloquio con la Commissione Territoriale di Torino. Il Punto di Domande Centro aiuto elaborazione storie richiedenti asilo Via Riberi, 2 – Torino (suonare al citofono:MIGRANTI) Tel. 011 8802640 Cell. 388 9853785 e-mail: puntodidomande@upmtorino.it e-mail: schedepaese@upmtorino.it Orario: lunedì ore 14,30 – 18,00 Mezzi pubblici: 13, 15, 16, 18, 55, 56, 61, 68 Il Centro si rivolge a chi intende fare domanda di asilo politico e a chi è già richiedente. Servizi offerti: Supporto e orientamento nell’iter burocratico di richiesta d’asilo Aiuto alla preparazione del colloquio presso la Commissione Territoriale di Torino Orientamento verso i servizi legali 28 gennaio 2011
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GIORNATA DELLA MEMORIA
27 gennaio. Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
Il testo dell'articolo 1 della legge così definisce le finalità del Giorno della Memoria: « La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
Il 27 gennaio il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebreo, è celebrato anche da molte altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall'ONU, in seguito alla risoluzione 60/7del 1º novembre 2005. In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi, Chełmno, e Bełżec, ma questi campi detti più comunemente di "annientamento" erano vere e proprie fabbriche di morte dove i prigionieri e i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo pochi "sonderkommando".
Tuttavia l'apertura dei cancelli ad Auschwitz, dove 10-15 giorni prima i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con se in una "marcia della morte" tutti i prigionieri abili, molti dei quali morirono durante la marcia stessa, mostrò al mondo non solo molti testimoni della tragedia, ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento del lager (anche se è doveroso dire che due dei forni crematori situati in Birkenau I e II furono distrutti nell'autunno del 1944).
In Italia sono ufficialmente più di 400 le persone insignite dell'alta onorificenza dei Giusti tra le Nazioni per il loro impegno a favore degli ebrei perseguitati durante l'Olocausto. Tratto da Wikipedia 26 gennaio 2011
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