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Dal mondo

NIGERIA
500 cristiani uccisi tra sabato e domenica. La Chiesa nega motivi religiosi. L'intervista a Padre Albanese

Nella notte fra sabato e domenica 6/7 marzo il villaggio di Dogo Nahawa è stato preso di mira da pastori nomadi musulmani di etnia Fulani. La zona è abitata da contadini cristiani di entia Berom. Il massacro è cominciato con colpi d'arma da fuoco sparati in aria proprio per fare uscire dalle case i cristiani che, una volta fuori, sono stati attaccati.
Da subito la chiesa locale ed internazionale con coraggio e lungimiranza ha escluso motivi religiosi come cause della strage. Di seguito l'intervista di Padre Giulio Albanese, responsabile delle riviste missionarie della Conferenza episcopale italiana che riportiamo da un articolo di Andrea Tornielli su il Giornale.it del 9 marzo:

«Nell’ultimo anno e mezzo ci sono già stati tre episodi di questo genere, tre massacri. Una volta a farne le spese sono i Fulani musulmani, un’altra volta sono i Berom cristiani. Ma le cause del conflitto non sono innanzitutto religiose...».
Padre Giulio Albanese, responsabile delle riviste missionarie della Conferenza episcopale italiana, è un religioso che conosce molto bene l’Africa. Le sue parole sulla strage che nel giro di due giorni ha portato al massacro di circa 500 cristiani nei villaggi dello stato di Plateau, nella parte centro-settentrionale della Nigeria, fanno eco a quelle pronunciate dal portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, il quale ritiene che «non si tratti di scontri di natura religiosa, ma sociale». La posizione del Vaticano, quindi è questa: la fede c’entra poco, ci troviamo di fronte a qualcosa di più simile a uno scontro tribale ed etnico tipo quello che nel 1994 sconvolse il Ruanda. E la lettura della Santa Sete trova conforto nelle parole dell’arcivescovo di Abuja, John Olorunfemi Onaiyekan, che ieri ha detto ai microfoni di Radio Vaticana: «Facilmente la stampa internazionale è portata a dire che sono i cristiani e i musulmani a uccidersi. Ma non è questo il caso, perché non si uccide a causa della religione, ma per rivendicazioni sociali, economiche, tribali, culturali».
Padre Albanese, come commenta l’uccisione di 500 cristiani?
«Meglio dire cinquecento morti ammazzati, perché non sappiamo se tra le vittime vi siano anche alcuni degli assalitori. E non dobbiamo dimenticare che se questa volta le vittime sono cristiane, l’altra volta erano musulmani, massacrati dai cristiani appartenenti alle sette pseudo-evangeliche. In quelle zone i cristiani sono quasi tutti appartenenti a questi gruppi».
Perché li chiama pseudo-evangelici?
«Perché allo stesso modo chiamo pseudo-musulmani i massacratori islamici. Si tratta di persone che tradiscono la loro religione».
Che cosa c’è all’origine di questi massacri?
«Ricordiamo che in Nigeria l’uno per cento della popolazione detiene il 75 per cento della ricchezza nazionale. E quell’uno per cento è composto sia da cristiani che musulmani. C’è stata e continua a esserci una lotta di potere. La responsabilità è innanzitutto della debolezza del governo centrale di Abuja e della corruzione della società politica. Ci sono certamente bande criminali, eversive, ma c’è anche una tale divaricazione tra ricchi e poveri che è piuttosto facile sobillare e strumentalizzare le masse».
Lei è un missionario, parla di cause sociali. Davvero la componente religiosa non incide?
«Si tratta di un conflitto che ha certamente radici etniche. Pastori nomadi che seguono il loro bestiame attaccano i villaggi degli agricoltori e viceversa. La componente religiosa può giocare un ruolo, ma è comunque strumentale e strumentalizzata per ragioni di potere».
Dunque è un abbaglio presentare questo conflitto come una lotta tra cristianesimo e islam?
«Penso proprio di sì. Bisogna essere molto cauti. La Nigeria è la cartina di tornasole delle gravi contraddizioni presenti nel continente africano. Quel Paese, che galleggia sugli idrocarburi, potrebbe essere un paradiso, invece è un inferno. Molte volte gli attacchi e i massacri - lì ogni volta non muoiono meno di cento o duecento persone - sono studiati a tavolino. Talvolta i sobillatori o gli appartenenti alle bande sono pagati. Ogni anno avvengono due o tre stragi del genere, e non solo a Jos, la capitale dello stato del Plateau. C’è la volontà di indebolire lo Stato centrale, sempre in concomitanza con scadenze elettorali, o come ora, di una presidenza ad interim, come quella di Jonathan Goodluck, un cristiano che ha sostituito il precedente presidente musulmano».
In alcuni Stati nigeriani è in vigore la shaaria islamica. Questo ha influito e come sulla situazione?
«L’introduzione della sharia negli Stati nigeriani del Nord è l’esempio della debolezza del governo centrale. La Nigeria è uno Stato federale e laico, eppure ha accettato la legge islamica. Questo ha rafforzato la presenza di componenti jihadiste, ma ribadisco che sarebbe un errore presentare il conflitto nigeriano come una guerra di religione».
9 marzo 2010




A GROUND ZERO Sì di Obama alla moschea vicina a Ground Zero nonostante l'opposizione della maggioranza degli americani

Non si placa la polemica e sono in corso tentativi per modificare il progetto, appoggiato da Obama e dal sindaco di New York Bloomberg, di costruire una moschea nelle vicinanze di Ground Zero.
Attualmente Obama mantiene il suo fermo sì, appoggiato anche dal sindaco di New York, nonostante più del 60% degli americani si dichiari contraria, ivi compresi alcuni esponenti democratici tra cui David Paterson governatore di New York.
Quest'ultimo intende incontrare i leader musulmani promotori dell'iniziativa cercando di far trasferire la nuova moschea (attualmente prevista vicinissima a Ground Zero) in altra zona promettendo in cambio aiuti economici.
Il tentativo di Paterson non sembrerebbe destinato a successo perché per i promotori della moschea "non ci sono alternative a quella di Ground Zero" visto che la missione del nuovo centro è quella di servire la comunità di Lower Manhattan e farla sorgere da un’altra parte farebbe venire meno il significato. Il luogo scelto per la moschea, la cui realizzazione costerà circa cento milioni di dollari, è un palazzo di tredici piani compreso tra il 45 e il 51 di Park Place, a meno di duecento metri da dove sorgevano le Torri gemelle.
Il centro comprenderebbe, oltre alla moschea, un auditorium, strutture sportive, spazi per tenere lezioni e conferenze; e sarebbe aperto anche a persone di fede non musulmana.
Da notare che la discussione non è, come quasi sempre in Italia, se costruire una moschea oppure no, ma è la specifica posizione della nuova moschea, vicina ai luoghi dove persero la vita almeno tremila persone nel corso degli attacchi terroristici di nove anni fa, che solleva tante obiezioni.
Da notare anche che abbiamo sentito da Obama parole assai nette sulla libertà di culto consonanti con la nostra Costituzione, ma non con il dire e il fare dei nostri governanti.
25 agosto 2010


CALA Diminuita nel 2008 e 2009 l'immigrazione nella maggior parte dei paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico)

A causa della crisi economica l’immigrazione è calata nella maggior parte dei Paesi membri dell’OCSE, con un’inversione di tendenza avvenuta nel 2008 dopo cinque anni di crescita e confermata nel 2009.
Riportiamo in proposito l'articolo di Apiceeuropa del 2 agosto:

L’edizione 2010 dell’International Migration Outlook, pubblicata recentemente dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e realizzata dal Sistema di Osservazione Permanente sulle Migrazioni (SOPEMI), rileva come sia stata soprattutto l’immigrazione temporanea a iniziare un declino a partire dal 2008, specie quella per lavoro, con una diminuzione del 4% dopo quattro anni di crescita stabile.
«L’immigrazione temporanea dei lavoratori è stata uno dei primi canali di immigrazione colpito dalla crisi economica» osserva il Rapporto, sottolineando come sia diminuita per lo più l’immigrazione lavorativa a tempo determinato, mentre il lavoro stagionale, i programmi di lavoro nel periodo delle vacanze e i trasferimenti in seno alle aziende sono aumentati.
La migrazione «in seno alle aree di libera circolazione» ha costituito circa il 25% della migrazione totale nell’area OCSE relativa al 2008 e il 44% in Europa. In Norvegia, Svizzera, Austria e Danimarca tale tipo di migrazione incide per ben oltre la metà della migrazione totale. In Europa, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Italia figurano tutti tra i Paesi in cui nel 2008 la migrazione dei lavoratori è stata elevata, con il 20-30% di immigrati permanenti giunti per ragioni lavorative. Altrove, eccetto il Giappone e la Corea, la migrazione per ricongiungimento familiare resta dominante tra i flussi di immigrazione permanente. Lo stesso vale per Stati Uniti (65%), Francia e Svezia.
I 20 principali Paesi di origine dei flussi migratori hanno inciso per oltre la metà sulle migrazioni nei Paesi OCSE nel 2008, con Cina, Polonia, India e Messico in cima alla lista. Rispetto ai flussi osservati verso la fine degli anni Novanta, gli incrementi più elevati provengono da Colombia, Cina, Romania e Marocco; dal 2000 sono andati calando i flussi originatisi nelle Filippine e nella Federazione Russa, mentre resta consistente l’emigrazione di polacchi verso altri Paesi europei.
Per vari Paesi dell’Europa meridionale, Austria e Repubblica Ceca, circa il 90% della crescita demografica è riconducibile all’immigrazione, osserva l’OCSE, secondo cui se le percentuali migratorie persistessero ai livelli attuali la popolazione in età lavorativa dell’area aumenterebbe dell’1,9% tra il 2010 e il 2020, rispetto all’8,6% di crescita osservata tra il 2000 e il 2010. Tra il 2003 e il 2007, il 59% della crescita demografica è stata dovuta all’immigrazione.
Gli immigrati, rileva così il Rapporto, rappresentano fino a un terzo della nuova popolazione in età lavorativa, sebbene l’arrivo di minori e immigrati più anziani riduca tale apporto. Solo in Francia, Stati Uniti e Nuova Zelanda il principale motore di crescita demografica è stato l’aumento naturale della popolazione.
Il Rapporto evidenzia poi «l’impatto sproporzionato della crisi economica sulla disoccupazione degli immigrati nell’area OCSE»: l’aumento della disoccupazione tra il 2008 e il 2009 è stato maggiore tra i nati all’estero piuttosto che tra i nativi in quasi tutti i Paesi OCSE. Ciò è avvenuto soprattutto tra i giovani immigrati, che nella maggior parte dei Paesi dell’area hanno sperimentato cali maggiori di occupazione rispetto ai giovani nativi: «Mentre la riduzione totale dell’occupazione giovanile (15-24) è stata del 7% dopo il secondo trimestre del 2008, il declino si è attestato al doppio di tale livello per i giovani immigrati». Inoltre la disoccupazione, già alta tra i giovani immigrati, nel 2009 è salita al 15% negli Stati Uniti, al 20% in Canada e al 24% nell’Europa dei 15.
«Poiché il rapido accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani e degli immigrati di recente ingresso è stato identificato come uno dei principali determinanti della loro integrazione al tessuto sociale nel lungo termine, i bassi tassi occupazionali sono preoccupanti» nota il Rapporto, sottolineando che «una recessione comporta il rischio di “effetti cicatrice”, dal momento che gli immigrati che non sono riusciti a trovare rapidamente un impiego dopo l’arrivo potrebbero essere stigmatizzati in seno al mercato del lavoro. La lingua, la formazione, l’addestramento e l’apprendistato sembrano costituire risposte politiche particolarmente importanti tese a consolidare la situazione in un momento di crisi».
10 agosto 2010


LASHKAR-GAH Il ritorno di Emergency nell'ospedale afghano. Gino Strada: "Ci è stata assicurata piena collaborazione e pieno rispetto dell'autonomia"

Riapre il centro chirurgico di Emergency a Lashkar-Gah, chiuso nello scorso aprile scorso dopo il ritrovamento di armi e dopo l'accusa a tre volontari italiani di essere collaboratori dei talebani.
Un team composto da un chirurgo, due infermieri e un logista internazionale e da 140 afghani, tra personale medico, amministrativo e ausiliario, ha ripreso possesso della struttura dopo che una delegazione di Emergency guidata da Gino Strada, aveva incontrato lunedì scorso il governatore della regione di Helmand per verificare la possibilità di riapertura.
Sulla decisione delle autorità afghane hanno influito le continue sollecitazioni della società civile afghana. Da quando il centro era stato chiuso infatti la popolazione locale aveva perso un luogo di cura fondamentale in quanto l'ospedale era l'unica struttura in grado di offrire assistenza chirurgica gratuita e di elevata qualità in tutta la provincia di Helmand.
31 luglio 2010


LAVORO STAGIONALE Presentata dalla Commissione Europea una proposta di direttiva sul lavoro stagionale per unificare l’ingresso e il soggiorno nell’UE dei lavoratori stagionali

La Commissione Europea ha presentato una proposta di direttiva sul lavoro stagionale che istituisce una procedura comune per l’ingresso e il soggiorno nell’UE dei lavoratori stagionali cittadini di Paesi terzi.
La proposta introduce una procedura speciale, definisce i diritti dei lavoratori stranieri e prevede nel contempo incentivi alla “migrazione circolare” per impedire che il soggiorno temporaneo diventi permanente.
Gli elementi prioritari della proposta che armonizzerebbe le norme degli Stati membri in materia di lavoro stagionale riguardano:
- una procedura semplificata per l’ammissione di lavoratori stagionali cittadini di Paesi terzi sulla base di definizioni e criteri comuni, come l’esistenza di un contratto di lavoro o di un’offerta vincolante di lavoro che specifichi la retribuzione;
- un periodo standard di soggiorno per lavoro stagionale nell’UE (sei mesi per anno di calendario);
- un permesso di lavoro multistagionale di tre anni o una procedura di reingresso agevolata per le stagioni successive;
- le disposizioni giuridiche applicabili alle condizioni di lavoro dei lavoratori stagionali;
- il riconoscimento ai lavoratori stagionali di un trattamento uguale a quello riservato ai cittadini degli Stati membri in determinati settori (libertà di associazione e di adesione a organizzazioni di lavoratori, sistemi di sicurezza sociale, pagamento delle pensioni legali, accesso a beni e servizi ecc.);
Agli Stati membri dell’UE è lasciata la facoltà di esaminare la situazione dei rispettivi mercati del lavoro al fine di decidere le quote di ammissione dei lavoratori stagionali.
La Commissione ricorda che l’UE ha un fabbisogno strutturale di manodopera stagionale e che la disponibilità di lavoratori europei in questo settore andrà calando sempre più: «Una politica ben organizzata in materia di immigrazione legale continuerà pertanto a svolgere un ruolo importante nell’ovviare alle carenze di manodopera e raccogliere le future sfide demografiche cui l’UE dovrà far fronte» osserva l’esecutivo europeo.
Fonte newsletter di apiceuropa del 16 luglio
21 luglio 2010


SREBRENICA 11 luglio 2010, "Giornata della memoria" istituita dal Parlamento europeo


Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.
È considerato uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali, le vittime del massacro furono 8.372, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. Al momento (marzo 2010), grazie al test del DNA, sono state identificate solo 6.414 vittime, mentre migliaia di altre salme esumate dalle fosse comuni attendono ancora di essere identificate.
I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni sono considerati tra i più orribili e controversi della storia europea recente e diedero una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY) istituito presso le Nazioni Unite ha accusato, alla luce dei fatti di Srebrenica, Mladić e altri ufficiali serbi di diversi crimini di guerra tra cui il genocidio, la persecuzione e la deportazione. Gran parte di coloro cui è stata attribuita la principale responsabilità della strage, siano essi militari o uomini politici, è tuttora latitante.
Un video che mostra l'"evidenza dei fatti" fu trovato in possesso di Natasha Kandic, un abitante del luogo, e ritrasmesso dai media e utilizzato come prova nel processo contro Slobodan Milošević alla corte Internazionale dell'Aja.
Il 31 marzo 2010 il parlamento della Serbia ha approvato dopo quasi 13 ore di discussione una risoluzione in cui condanna il massacro (senza definirlo genocidio) e chiede scusa per le vittime.
11 luglio 2010


LA PROPOSTA Va avanti il comitato per la concessione alle donne africane del Premio Nobel per la Pace 2011. Obiettivo:raggiungere almeno 2 milioni di firme da inviare al comitato che attribuisce il Nobel

Riconoscere e valorizzare il ruolo delle donne in Africa e dare loro il Premio Nobel per la Pace 2011. Questa la proposta promossa dal CIPSI, coordinamento di 48 associazioni di solidarietà internazionale, e da ChiAma l’Africa, nata in Senegal, a Dakar, durante il seminario internazionale per un Nuovo patto di solidarietà tra Europa e Africa svoltosi dal 28 al 30 dicembre 2008.
La proposta nasce a partire dalla constatazione del ruolo crescente che le donne africane hanno acquisito nella vita quotidiana dell’Africa. Le donne sono protagoniste e trainanti sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale.
Sono le donne in Africa che reggono l’economia familiare nello svolgimento di quell’attività, soprattutto di economia informale, che permette ogni giorno, anche in situazioni di emergenza, il riprodursi del miracolo della sopravvivenza.
Le donne da decenni sono protagoniste nella microfinanza: dalle storiche tontine dell’Africa occidentale, fino alle forme più elaborate di microcredito in tutte le parti dell’Africa. Microcredito che ha permesso la nascita di migliaia di piccole imprese.
Le donne africane sono capaci nell’organizzazione della gestione dell’economia: esistono in Africa migliaia di cooperative che mettono insieme donne impegnate nell’agricoltura, nel commercio, nella formazione, nella lavorazione di prodotti agricoli. Le donne africane stanno svolgendo un ruolo sempre crescente nella definizione e nella ricerca di forme autoctone di sviluppo economico e sociale, attraverso l’organizzazione capillare delle attività economiche e sociali nei villaggi.
Le donne in Africa stanno svolgendo un ruolo sempre crescente nella difesa della salute, soprattutto contro il morbo dell’HIV e della malaria. Sono loro che svolgono spesso formazione sanitaria nei villaggi. Sono i gruppi organizzati di donne che si stanno impegnando contro pratiche tradizionali dell’infibulazione e della mutilazione genitale.
Sono le donne africane, infine, che riescono a organizzarsi per lottare per la pace e a mantenere la vita anche nelle situazioni più tragiche, in un impegno politico spesso capillare e non riconosciuto. Molto spesso con il rischio di subire violenza e sopraffazione.
L’Africa oggi può sperare nel proprio futuro soprattutto a partire dalle donne comuni, quelle che vivono nei villaggi o nelle grandi città, in situazioni spesso di emergenza, e di cui le donne che sono emerse, sia nella politica, sia nella cultura, sia nell’attività imprenditoriale,
Obiettivo:raggiungere almeno 2 milioni di firme da inviare al comitato che attribuisce il Nobel.
Per informarsi: www.noppaw.org
27 giugno 2010


PATRONATI Patronato Acli: una sede a Casablanca per i migranti marocchini

Pubblichiamo il comunicato inviatoci dalle Acli provinciali relativo all'apertura di qualche tempo fa di un patronato Acli a Casablanca in Marocco:

Patronato Acli: una sede a Casablanca per i migranti marocchini
Costituita su iniziativa del Patronato Acli un'associazione di diritto marocchino per assistere i lavoratori stranieri che vengono in Italia o tornano in Marocco dopo aver lavorato nel nostro Paese. Oggi l'inaugurazione.
Roma, 21 aprile 2010 – Assistere i cittadini marocchini che entrano regolarmente in Italia – informandoli sulle pratiche di visto e organizzando corsi di lingua ed educazione civica italiana per facilitarne l’inserimento – ma anche quanti rientrano in Marocco dall’Italia, informandoli sulle questioni in materia di previdenza, infortunistica sul lavoro ed altri diritti maturati nel nostro Paese.
Sono questi gli obiettivi principali dell’associazione di diritto marocchino Maan Maroc-Italie (maan in arabo vuol dire insieme) costituita a Casablanca, in Marocco, che opererà in convenzione con il Patronato Acli. Tra i fondatori vi sono operatori del Patronato Acli di origine marocchina, cresciuti professionalmente in Italia, la maggior parte con doppia cittadinanza, i quali – spiegano le Acli – «hanno scelto di mettersi in gioco nel loro Paese per avviare anche in Marocco un’esperienza di servizio verso i migranti e verso i cittadini più bisognosi». Un’iniziativa, questa che vede partecipe il Patronato delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani in un Paese arabo, che «assume una rilevanza particolare anche alla luce delle sfide odierne interculturali e interreligiose».
La sede dell’associazione, a pochi passi dal Consolato italiano, viene inaugurata oggi ufficialmente a Casablanca con un seminario dedicato al tema della “Migrazione dal Marocco verso l’Italia” cui parteciperanno il presidente delle Acli e del Patronato Acli Andrea Olivero, il vicepresidente delegato Fabrizio Benvignati, il console generale d’Italia in Marocco Nicola Lener, il direttore del Polo economico della Fondazione Hassan II Abdesselam El Ftouh, la rappresentante del progetto Salem per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni in Marocco (Oim) Giulia Miccichè, il presidente dell’associazione Maan Abdelaziz Saassaa.
Nel 2008 i visti d’ingresso rilasciati dalle rappresentanze italiane in Marocco sono stati quasi 40mila. Di questi oltre la metà (24.864) riguardavano ricongiungimenti familiari. Il Marocco è infatti al primo posto tra i Paesi d’immigrazione per numero di visti per famiglia rilasciati dai Consolati d’Italia all’estero (19% del totale). I dati sono contenuti nel dossier sui “flussi d’ingresso dai migranti dal Marocco in Italia e migrazioni di ritorno” realizzato per l’occasione dell’inaugurazione dal Patronato Acli e dall’associazione Maan. Quella marocchina è la terza comunità di stranieri in Italia: 406mila le presenza registrate a fine 2008, 450mila quelle stimate per il 2009. Nell’ultima regolarizzazione di settembre, 36.112 sono state le domande per lavoratori domestici provenienti dal Marocco (il 12% sul totale, seconde solo alle richieste dall’Ucraina). La popolazione regolare residente in Italia di provenienza dal Marocco – stimano le Acli – raggiungerà presumibilmente a fine 2010 le 500mila presenze. La percentuale di quanti invece tornano in Marocco dall’Italia si attesta intorno al 2,7%. Nel 2009 sono stati circa 12mila i cittadini marocchini rientrati nel Paese d’origine.
17 giugno 2010


SICUREZZA Barcelona. Addotti motivi di sicurezza per vietare il burqa negli spazi comunali. Il decreto esteso, per imparzialità, ai caschi da motociclista e ai passamontagna

Sicurezza, Barcellona vieta il burqa negli spazi dell’amministrazione comunale perché non consentono l'identificazione della persona. Il decreto, pensato pere il burqa, è stato esteso a dimostrare le finalità di sicurezza e non esclusione culturale anche ai caschi da motociclista e ai passamontagna
Il sindaco Jordi Hereu (Partito Socialista Catalano) ha voluto ricordare che il provvedimento intende impedire l’accesso nei luoghi di competenza municipale a chi nasconde il viso e ricorda le misure antiterrorismo nell’Italia di fine anni ’70 e inizio ’80. "Non è una questione religiosa" ha precisato al termine di un incontro con la Commissione Immigrazione municipale.
16 giugno 2010


SERGIO GUERECA Messico, giovane immigrato ucciso dalle guardie di frontiera degli Stati Uniti

Un quindicenne, Sergio Guereca, ha tentato di passare illegalmente il confine a Ciudad Juarez ed è stato ucciso Messico, giovane immigrato ucciso dalle guardie di frontiera degli Stati Uniti.
Il Messico chiede ora giustizia e il presidente Felipe Calderon critica il comportamento delle guardie di frontiera Usa. Il giovane, Sergio Guereca, insieme ad un gruppo di persone, ha cercato di attraversare illegalmente il confine che divide Ciudad Juarez dalla cittadina americana di El Paso. Ma i clandestini sono stati sorpresi in un canale artificiale da un agente americano arrivato in bicicletta. Secondo la versione della Border Patrol il poliziotto avrebbe sparato in risposta ad un fitto lancio di pietre.
12 giugno 2010


MONDIALI Appello, primo firmatario Alex Zanotelli, contro il trattamento subito dagli abitanti delle baraccopoli e dai venditori di strada sfrattati e fatti vivere in "transit camps" in occasione della Coppa del mondo

Ecco il testo dell'appello, già inviato all'ambasciatrice sudafricana in Italia con primo firmatario Alex Zanotelli a favore degli abitanti delle baraccopoli e dei venditori di strada in occasione della Coppa del mondo. Per aderire inviare la propria adesione a con oggetto "Adesione appello Sudafrica" e indicando nome e cognome, città, eventuale qualifica professionale e/o organizzazione di appartenenza.
Il numero e i nomi degli aderenti saranno riportati sulle pagine web di Carta all'indirizzo . Un resoconto periodico sull'andamento della raccolta di adesioni sarà trasmesso all'ambasciata del Sudafrica a Roma.
IMPORTANTE: la campagna mira alla raccolta del massimo numero possibile di adesioni entro il 20 giugno

Sua Eccellenza Ambasciatrice Thenjiwe Mtintso,

siamo associazioni, movimenti di base, singoli cittadini. Tutti noi abbiamo a cuore la storia del Sudafrica, la grande lotta del movimento di liberazione che in esso si è sviluppato negli scorsi decenni e il destino delle popolazioni oppresse che di quelle lotte sono state protagoniste. Riteniamo centrale nella costruzione del nuovo Sudafrica la promozione dei diritti e del ruolo sociale e
politico dei poveri.

In particolare, siamo oggi preoccupati per il trattamento subito dagli abitanti delle baraccopoli e dai venditori di strada in occasione della Coppa del mondo. Gli abitanti delle baraccopoli vengono forzatamente sfrattati e fatti vivere in "transit camps", mentre ai venditori di strada è stato proibito
di vendere la propria merce durante tutta la durata della Coppa del mondo.
Ai poveri non è stato concesso di partecipare alla costruzione di un percorso comune che portasse verso la Coppa del mondo. Al contrario la Coppa del mondo è divenuta l'occasione per ristrutturare le città secondo criteri che favoriscono solo le élite. I poveri vengono spinti fuori, lontani dagli occhi dei turisti e dei giornalisti. Peraltro, le misure di sicurezza adottate in occasione dei
Mondiali limitano fortemente il diritto dei cittadini a esprimere democraticamente il dissenso rispetto a questo stato di cose.

Il movimento di base Abahlali baseMjondolo, costruendo ogni giorno una democrazia reale, diretta e partecipata, sta cercando da anni di opporsi a tutto questo e lotta per il riscatto dei più poveri, per il diritto alla terra, alla casa, ai servizi di base e a un'esistenza dignitosa. Noi condividiamo le
lotte di questo straordinario movimento e siamo al suo fianco.

Il movimento è stato oggetto di azioni di repressione e di attacchi violenti, il più grave dei quali si è verificato nel settembre 2009 nell'insediamento informale di Kennedy Road a Durban per opera di decine di persone armate, ed ha causato alcuni morti, la distruzione di case e beni dei membri di Abahlali e la fuga di molti di loro per sottrarsi alle violenze. Ciò nonostante, sono state
arrestate 13 persone tra quelle che avevano subito l'attacco. Abahlali baseMjondolo e molti osservatori tra cui leader religiosi, associazioni, ONG, accademici e semplici cittadini denunciano il ruolo ambiguo svolto dalla polizia locale e dai dirigenti locali dell'African National Congress (ANC).
Questi ultimi hanno dichiarato alla stampa che l'insediamento di Kennedy Road era stato "liberato" dalla presenza di Abahlali baseMjondolo.

Il 31 maggio una delegazione di Abahlali che era in Italia nel corso della campagna "Mondiali al contrario" è stata ricevuta all'ambasciata sudafricana a Roma. Durante l'incontro è stato chiesto che la Sua ambasciata si facesse portavoce delle richieste del movimento presso il governo sudafricano. Ci uniamo anche noi alle richieste di Abahlali baseMjondolo e per Suo tramite chiediamo alle Autorità sudafricane:
- che il Presidente Jacob Zuma risponda al Memorandum presentato da Abahlali baseMjondolo il 22 marzo 2010;
- che i "transit camps" vengano aboliti e che i poveri possano avere pieno diritto a vivere nelle città;
- che sia istituita una commissione credibile e indipendente per indagare sui fatti avvenuti a Kennedy Road nel settembre 2009;
- che vengano immediatamente rilasciati Khaliphile Jali, Stutu Koyi, Zandisile Ngutshana, Siyabulela Mambi e Samukeliso Mkhokhelwa, le 5 persone ancora detenute ingiustamente a Westville a seguito dell'attacco a Kennedy Road e non ancora informate, dopo 9 mesi, sulle motivazioni della loro incarcerazione;
- che le Autorità sudafricane nazionali e locali si impegnino a garantire il pluralismo politico, il diritto di associazione e di espressione del dissenso in tutti gli insediamenti informali così come nelle città interessate dalle manifestazioni sportive della Coppa del mondo.
Certi che vorrà dare alla nostra comunicazione il peso che merita, Le porgiamo
distinti saluti.

Primi firmatari:
Alex Zanotelli - missionario comboniano, Napoli
Filippo Mondini - missionario comboniano, Castel Volturno
Antonio Bonato - missionario comboniano, Castel Volturno
Gianluca Carmosino - redazione di Carta, Roma
Michele Citoni - giornalista e videomaker, Roma
Francesco Gastaldon - ricercatore, Verona
Valentina Iacoponi - ricercatrice, Roma
Fulvio Tortora – volontario, Castel Volturno
11 giugno 2010

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